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Zecche e Centri Sociali Autogestiti

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venerdì 05 ottobre 2007

Termine gergale Zecca, proveniente dalla zona di Roma, che indica un certo stile di vita che rifiuta la moda corrente presentata dalle maggiori case di abbigliamento, preferendo una immagine indipendente (caratterizzata da vestiti larghi, «pacifisti» e/o equosolidali, eskimo, sciarpe grigie...) che però finisce per diventare, a sua volta, una moda anti-moda. La parola assume un significato positivo quando indica una persona che rifiuta i limiti, gli obblighi e i vizi della società moderna, e che spesso è impegnata nel sociale. I detrattori di questo modo di apparire usano il termine come appellativo per gli studenti intellettuali di sinistra, vestiti nella maniera retrò ispirata agli anni settanta, o i frequentatori dei centri sociali.

Un centro sociale autogestito (o C.S.A.) è uno spazio di aggregazione e di proposta di attività culturali e politiche che viene gestito in maniera comunitaria e collettiva, permettendo a chi partecipa alle iniziative di esserne al tempo stesso promotore e organizzatore. Al contrario dei centri sociali di organizzazioni, enti o partiti, i centri sociali autogestiti si caratterizzano per una gestione informale degli spazi e delle risorse, senza una precisa divisione tra "utenti" e "organizzatori". Spesso le decisioni ufficiali vengono prese da un assemblea o un collettivo a cui tutti coloro che frequentano il luogo possono prendere parte, attraverso dinamiche vicine al metodo del consenso più che delle votazioni a maggioranza.

A causa dell'enorme diffusione e della attenzione mediatica che li circonda, nel parlare comune si tende ad omettere gli aggettivi che seguono al termine centro sociale, specialmente quando è chiaro a quale tipo di struttura ci si riferisca. Il centro sociale in genere riceve un nome, o tramite una esplicita procedura di "inaugurazione" (spesso una festa o un primo evento analogo, quale un concerto) o all'interno degli eventuali comunicati dell'assemblea o collettivo di gestione o semplicemente dall'uso comune di coloro che lo frequentano.

Tali centri nascono prevalentemente da movimenti di sinistra radicale, e su tali principi e ideali tali strutture in genere si organizzano. Esistono anche dei centri che fanno riferimento ad ambienti vicini all'estrema destra (per quanto decisamente minoritari, come ad esempio il centro sociale "Casa Pound" di Roma, dichiaratamente fascista), che per distinguersi usano il termine "occupazioni non conformi".

Spesso i CSA offrono un ventaglio di servizi gratuiti o a prezzi politici, in modo da promuovere lo sport, la musica, la lettura di libri e quotidiani, l'uso di attrezzature informatiche e la connessione a Internet, eccetera.

Occupazioni 

A causa delle difficoltà economiche di procurarsi uno spazio sufficientemente ampio senza ricevere finanziamenti da istituzioni o aziende, le quali è improbabile che accettino il principio dell'autogestione come metodo per l'organizzazione delle attività, né tantomento sposerebbero la linea politica sostenuta dai partecipanti del posto, i centri sociali autogestiti nascono spesso a seguito di un'occupazione di un bene immobile di proprietà privata o pubblica. In tal caso si parla di centri sociali occupati autogestiti, e la sigla per indicarli è alternativamente CSOA o solo CSO (la scelta è a gusto dei partecipanti).

L'occupazione di un immobile altrui (anche se fatiscente) è un atto illegale (art. 633 del c.p., "invasione di terreni o immobili"). Tuttavia, vi sono dei presupposti, i quali permettono ai centri sociali di perdurare nel tempo, all'interno dello stesso stabilimento occupato. Tali presupposti sono:

  • Il numero molto alto degli occupanti, di fatto rende l'operazione di sgombero un'operazione militare, con tutti gli inconvenienti che ne possono derivare in termini di ordine pubblico e di opinione pubblica. Quindi, quanto più persone saranno stabilmente dentro al centro sociale, tanto più improbabile sarà l'eventualità di uno sgombero.
  • La solidarietà da parte di chi non essendo occupante accorre alla notifica dello sfratto.
  • L'opinione pubblica, specialmente dei cittadini del quartiere, qualora ritenga che le attività svolte (sebbene in una situazione di illegalità) siano più valide di un uso alternativo dello stabile, o semplicemente di un non uso dello stesso.
  • Eventuali accordi con le forze dell'ordine, le circoscrizioni, gli organi comunali, possono porre in essere un contesto di tolleranza.
  • La possibilità che il proprietario dello stabile, in questo caso quindi un privato, non sia interessato a sfrattare gli occupanti; questo può succedere se chi detiene la proprietà dello stabile non ha interessi ad utilizzare lo stabile nel prossimo futuro, oppure se questi ritiene di voler solidarizzare con gli occupanti.

Poiché ad essere occupati sono quasi sempre edifici abbandonati, spesso il semplice fatto che lo stabile venga di nuovo usato è motivo di tolleranza, specie se l'occupazione non è fonte di pericolo o di disturbo alla quiete pubblica. Molte amministrazioni infatti trovano più pratico e utile lasciare che dei giovani trasformino uno stabile abbandonato e dimenticato in un luogo di ritrovo piuttosto che dover gestire uno stabile inutilizzato. Su questa linea è anche più volte successo che l'amministrazione locale abbia regolarizzato la situazione degli occupanti riconoscendo la funzione sociale della loro presenza. In ogni caso, i centri sociali, quando occupati, non sono mai completamente esentati dal pericolo di eventuali sgomberi.

Storia dei centri sociali in Italia

Il problema del tempo libero svuotato di senso, dell'isolamento giovanile, della carenza di spazi aggregativi, sono alla base dell'esigenza della creazione di centri sociali. Occupazione ed autogestione divengono due condizioni essenziali per potersi liberare delle logiche restrittive della società e dei partiti. Per contrastare l'alienazione della vita metropolitana, soprattutto quella delle periferie delle grandi città, confrontarsi e ritrovarsi, per promuovere informazione alternativa e controcultura, nascono nella seconda metà degli anni settanta (e non senza l'influenza delle comunità Hippie di quel periodo) i primi CSOA nel nord Italia (Milano in testa, ad esempio il noto CSOA Leoncavallo), ma anche a Roma con la nascita del csoa Forte Prenestino.

Le occupazioni si sono susseguite in varie città d'Italia (stabili abbandonati, ex fabbriche, ville, appartamenti, case sfitte, ecc.) seguendo la logica della riappropriazione di spazi pubblici e destinati alla collettività, senza scopo di lucro, senza fini commerciali, senza mire partitiche. In questi spazi si sono susseguiti dibattiti sulla condizione giovanile, happening, sperimentazioni, concerti, assemblee, fino a diventare luoghi di abitazione di alcuni.

Oggi in alcuni centri sociali trovano sede degli hacklab, esperienze di autogestione orientate alle tematiche dei diritti digitali e della libertà di espressione.

Questi luoghi sono ancora attivi e nuovi ne continuano a nascere.
Al di là della riuscita o meno dei progetti politici "rivoluzionari" o alternativi (nella quasi totalità dei casi gli occupanti sono impegnati nelle lotte dell'estrema sinistra, della sinistra extra-parlamentare o del movimento no global), in ogni caso questi luoghi hanno segnato alcune generazioni e proposto concretamente linguaggi e idee importanti, proposte di nuova e riscoperta socialità, anche se oggi anche i centri sociali risentono del clima individualista della moderna società.

Centri sociali e musica

Nei centri sociali, la musica è sempre stata ed è un importante motivo di attrazione e di esistenza stessa dei CSOA, i quali spesso si prodigano nel promuovere vecchi e nuovi talenti di ogni genere musicale. Tuttavia, la musica per eccellenza che nasce nei centri sociali (e attraverso questi si diffonde e cresce) è il ragga muffin italiano. Infatti molti artisti muovono i primi passi proprio dai centri sociali, cantandone gli ideali, gli scopi e i sogni. Appartengono a questa categoria l'esplosione artistica delle Posse, avvenuta negli anni novanta, il cui motore centrale fu l'Isola del Kantiere di Bologna, il clima di sperimentazione messo in atto nel centro sociale emiliano dette luogo alla ideazione di un nuovo tipo di centro sociale, "aperto" alle influenze esterne e non più prevalentemente autoreferenziale, soprattutto in ambito politico.

Ad oggi, però non esiste più una musica specifica dei centri sociali, il reggae e il raggamuffin hip hop a fine anni ottanta hanno affiancato la versione hardcore del punk tra i generi preferiti, ma in realtà tali spazi autogestiti trovano ispirazione in tutti i campi musicali, in special modo in generi di sperimentazione o di scarso appeal commerciale.

Bibliografia

  • Consorzio Aaster, Csoa Cox 18, Csoa Leoncavallo, Primo Moroni - "CENTRI SOCIALI: GEOGRAFIE DEL DESIDERIO. Dati, statistiche, progetti, mappe, divenire.", Shake edizioni, 1996, ISBN 88-86926-01-4.
  • Carlo Branzaglia, Pierfrancesco Pacoda, Alba Solaro, "Posse Italiane Centri sociali, underground musicale e cultura giovanile degli anni '90 in Italia", Tosca edizioni, 1992, ISBN 8872090229.
  • Membretti, Andrea, "Leoncavallo SpA - Spazio pubblico Autogestito. Un percorso di cittadinanza attiva", Ed. Leoncavallo, 2003, ISBN: 8890117605
  • Membretti, Andrea, "Autorappresentanza e partecipazione locale nei centri sociali autogestiti. Milano e il CSA Cox 18", in "Partecipazione e rappresentanza nei movimenti urbani", a cura di T. Vitale, F. Angeli, Milano, 2007
  • Membretti, Andrea, "Centro sociale Leoncavallo. Soziale konstruktion eines offenlichten raums der nahe", in "Bildraume und raumbilder. Reprasentationskritik in film und aktivismus", a cura di G. Raunig, Verlag Turia + Kant, Vienna
  • Membretti, Andrea "Centro Sociale Leoncavallo: building citizenship as an innovative service", in EURS (European journal of Urban and Regional Studies) special issue “Social Innovation in Local Urban Governance: the tension between path dependency and radical innovation”, Volume 14, N°3, Luglio 2007, Oxford University Press, Oxford

Fonte: http://it.wikipedia.org
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