Il territorio ha sempre più bisogno di essere ri-organizzato. A Roma, con il nuovo Piano Strategico si propongono nuovi modelli di governance, che comprendano anche la partecipazione dei cittadini, valorizzino il patrimonio storico e sviluppino l'impresa. A che stadio sono i progetti di riqualificazione e valorizzazione nella Capitale? Ne abbiamo parlato con Roberto Morassut, Assessore alle politiche del Territorio Comune di Roma...
Il processo di devolution ha portato alla necessità di riorganizzare il territorio. In rapporto ai programmi europei si è ricorso ai Piani Strategici Cittadini. Qual è la posizione delle politiche urbanistiche del Comune di Roma in questo contesto? Il Comune di Roma ha adottato nel 2003 il nuovo Piano Regolatore Generale. Non si tratta ancora di un piano strategico, ma lo presuppone e ne stimola la messa a punto. È piuttosto un piano strutturale, perché fissa le grandi invarianti e detta le regole e le procedure delle politiche di riqualificazione, fornendo ai Municipi un chiaro quadro unitario di riferimento. Il Piano Strategico, che potrà giovarsi di queste precondizioni urbanistiche (infrastrutturazione, sostenibilità ambientale, sviluppo direzionale e funzionale, offerta di suoli, qualità urbana e sociale…), è invece un piano di strategia economica, attraverso cui mettere in moto la partecipazione più ampia degli interessi e la convergenza di risorse pubbliche (non solo locali) e di risorse private. Uno strumento agile, dunque, che apra scenari, consenta di fare un quadro delle potenzialità, delle ambizioni e delle risorse e stabilisca degli obiettivi di sviluppo, crescita, confronto verso i quali la città è chiamata a operare.
Quali gli obiettivi del Piano Strategico? Roberto Camagni, in uno studio dedicato a questo tema, ha indicato i nove assi strategici di un possibile Piano Strategico per Roma: 1) il coinvolgimento di attori e cittadini e la convergenza sulla strategie; 2) la costruzione di una visione condivisa; 3) il passaggio dalla città amministrativa alla città internazionale (diplomazia, cooperazione internazionale, cultura, pace); 4) il patrimonio storico; 5) lo sviluppo dei settori della formazione, della ricerca, della multimedialità, del benessere, del turismo, della congressualità, dei servizi alle imprese; 6) l’efficienza urbana e la qualità ambientale; 7) una città sicura, aperta, ospitale, solidale; 8) nuovi modelli istituzionali per il governo metropolitano; 9) un nuovo modello di governance.
Nove percorsi che conducono alla stessa meta, quella di una Capitale moderna, finalmente affrancata dal modello burocratico, pienamente capace di stare sul mercato, senza perciò negare la propria identità, le proprie qualità umane e storico-ambientali, ma anzi valorizzandole e mettendole intelligentemente a frutto. Roma è, dunque, impegnata nella messa a punto e nell’attuazione di una complessa strategia economica. Non potrebbe essere altrimenti, perché gli attuali scenari di mercato richiedono alle grandi aree urbane di essere all’altezza dei livelli di competitività nazionale e internazionale. Ciò non significa che Roma affidi il proprio futuro alla pura competizione tra grandi città. Pur senza negare le regole di mercato, e pur accettando la sfida che viene dalle altre metropoli, la nostra città intende comunque vestire i panni della grande Capitale di pace, della città del dialogo, dell’incontro interculturale e delle relazioni politiche e culturali. Il modo più adeguato per aprirsi con successo al confronto nazionale e internazionale.
E’ un fatto davvero concreto il fenomeno della concertazione tra amministrazioni, o ancora ci troviamo di fronte a delle difficoltà? Non è sempre facile tessere una rete di collaborazione con gli altri “pezzi” dell’amministrazione pubblica, nonostante sia indispensabile. Roma ha sempre lavorato a quest’obiettivo con tenacia, raggiungendo importanti risultati. Pensiamo al grande sviluppo dei poli universitari, frutto per lo più di accordi di programma e di protocolli d’intesa. Oppure, agli accordi con Ferrovie dello Stato, che hanno avviato a Roma, sin dal 1994, la cosiddetta “cura del ferro”, che ha significato il rilancio del trasporto pubblico, la riqualificazione delle reti, delle stazioni e delle aree ferroviarie in genere. Né va dimenticato il nuovo Piano Regolatore, dove la considerazione dell’area metropolitana è stata fortissima e strutturale. Così è stato pure per i PRUSST o per i Patti Territoriali, esempi chiarissimi di come si possa collaborare con le altre amministrazioni locali, copianificando lo sviluppo del territorio nella più generale soddisfazione.
Il meccanismo della ri-qualificazione può, su modelli dimostrati - come gli Urban Center in alcune delle principali città europee, contribuire alla rinascita di segmenti micro-imprenditoriali legati alla dimensione metropolitana. Qual è la direzione presa dall’Assessorato alle Politiche Urbanistiche di Roma? Il Piano Regolatore di Roma è un piano strutturale, ma non è un piano dirigistico, burocratico, rigido. Per questo dà molto spazio all’operatività locale dei Municipi e disegna una netta cornice di regole entro cui collocare coerentemente i singoli progetti urbani e di riqualificazione. In questo felice mix di regole urbanistiche generali e concreti progetti è la nostra filosofia urbanistica. Ciò consente di muovere lo sviluppo senza ingabbiarlo, di creare economia senza che questa cresca malamente in una sorta di far west urbano. Questa combinazione di piano e progetto, ha consentito di vincolare 2/3 del territorio comunale (87.700 ettari), di portare a 7000 ettari la città storica tutelata e, con tutto ciò, non ingabbiare l’economia cittadina, che anzi è molto viva se è vero che Roma è la città che contribuisce in maniera più pesante alla produzione di ricchezza in Italia con il 6,4% del totale, pari a circa 75 miliardi di euro (dati Censis). Sappiamo che l’alta direzionalità (sia pubblica sia privata) è una fetta molto rilevante dell’economia romana. Ma è pur vero che a Roma è forte (al limite della polverizzazione) il settore delle piccole-medie imprese. Ed è evidente che tenere in movimento l’economia, dare spazio ai progetti urbani, creare la cornice perché le regole generali instradino lo sviluppo locale, non può che essere di beneficio a tutto il tessuto imprenditoriale romano. Roma è una città in movimento. Con tutti i limiti e le contraddizioni tipiche di una grande metropoli, la Capitale presenta indici di sviluppo e di crescita interessanti, accoppiati a parametri di tutela e salvaguardia di altissimo livello. Un binomio felicissimo (sviluppo più tutela): la regola aurea della nostra esperienza di governo.
Che ruolo ha in questo processo il privato, il soggetto imprenditoriale? Si parla spesso di possibilità, anche se gli appalti generalmente seguono l’orientamento del pubblico-privato (cioè un carattere gestionale privato in un’ottica d’interesse pubblico). Che livello di cooperazione reale esiste al momento? Ho sempre sostenuto che un motore finanziario pubblico è essenziale per accelerare lo sviluppo di una grande capitale come Roma. Insistere sul peso dei trasferimenti pubblici non vuol dire, tuttavia, rimpiangere nostalgicamente una vecchia impostazione pubblico-assistenzialista. La novità di questi anni è, invece, consistita nell’integrazione di queste risorse pubbliche con nuove procedure innovative, di governance, e con una rete di nuovi rapporti col sistema privato. I trasferimenti assumono la forma e la consistenza di un volano pubblico, che attiva nuovi programmi istituzionali e mobilita gli operatori e il sistema delle imprese. Le innovazioni istituzionali e la stabilità amministrativa si coniugano con i flussi finanziari pubblici, che vengono posti in un circuito produttivo e non più assistenziale, per divenire il cardine delle trasformazioni urbane di questi anni e di una nuova politica di promozione territoriale. Ciò vuol dire mettere in movimento l’economia cittadina attivando un volano finanziario di natura pubblica. Vuol dire muovere le imprese facendole scommettere sul mercato, senza rinunciare al ruolo attivo delle risorse pubbliche.
Può farci un esempio? Con la legge su “Roma Capitale”, per fare un esempio molto chiaro, sono state finanziate le riqualificazioni delle stazioni e di alcuni quartieri periferici, la realizzazione di importanti infrastrutture, la costruzione del centro Rai di Saxa Rubra. Si è trattato di circa 50 milioni di euro l’anno, dal 1992 al 2002, che sono entrati nel circuito del sistema imprenditoriale, economico, produttivo romano e hanno determinato una diversificazione, una scomposizione in positivo di quel moloch che era il vecchio sistema della pubblica amministrazione, che sino agli anni ’90 si presentava ancora rigido e compatto. Ecco, noi intendiamo esaltare il ruolo delle imprese, del mercato, e vogliamo che le imprese facciano la nostra stessa scommessa, impegnandosi nei settori della manutenzione, della riqualificazione, del recupero edilizio, investendo in ambiti trascurati ma che oggi sono di grande attualità. Ciò, indica quale positivo rapporto debba crearsi e consolidarsi tra l’ente locale e il sistema delle imprese. Indica coma quest’ultimo possa e debba differenziarsi, specializzarsi e, soprattutto, crescere sostenibilmente. Lo abbiamo visto. La frammentazione è evidente ed è testimoniata dal numero delle piccole imprese emergenti, che genera un sistema fragile e scomposto. Dobbiamo, dunque, garantire un consolidamento, ossia una cura ricostituente per questo sistema d’imprese fragile, un po’ incerto, che però ha una sua forza “quantitativa”, un suo dinamismo e una sua discreta capacità crescita, seppure disordinata. L’amministrazione comunale nel nuovo Piano prevede un raddoppio delle aree industriali da 1500 ettari a circa 3000. Non è solo un dato quantitativo. Testimonia dell’avvio dei nuovi programmi integrati, dove si cerca sostanzialmente di offrire la possibilità al sistema delle imprese - piccole, piccolissime e medie - di fare quel salto di scala e collocarsi, grazie alle norme urbanistiche, in una dimensione in cui alla produzione dei beni di consumo per il mercato locale, si accompagnano la distribuzione, il marketing, la ricerca.
In che modo si colloca, rispetto a quanto detto, il progetto degli Ex-Mercati Generali? Che obiettivi ha? I Nuovi Mercati Generali sono davvero un esempio vivissimo di come Roma stia intervenendo nel recupero di strutture e di complessi sorti nella prima fase industriale, e via via caduti in disuso. La riqualificazione riguarda un complesso di quasi nove ettari, trenta edifici per 44.000 mq di superficie fuori terra e oltre 14.000 interrati. Un grande spazio strategico che si trasformerà in una grande città dei giovani, ma sarà anche dotato di importanti servizi per il quartiere. L’intervento finanziario pubblico è minimizzato, funge appunto da volano. L’intervento è assolutamente rispettoso della storia di questi edifici, e anzi ne garantisce la tutela di qualità e pregi architettonici. Già nel 2005 partiranno i nuovi servizi di quartiere nella parte di complesso posto sul lato di via Negri: una biblioteca, l’asilo nido, il centro anziani, uno sportello municipale. La città dei giovani, invece, ospiterà invece una grande medieteca, con un’ampia gamma di prodotti, da quelli tradizionali a quelli concepiti su supporti informatici; una struttura dedicata allo sport e al fitness, con piscina, palestra, e sauna; una città dei sapori, con un centro enogastronomico e un’offerta multietnica; spazi per l’intrattenimento e lo spettacolo.
A che punto è il progetto? Il progetto è già realtà, perché abbiamo inaugurato in questi giorni la nuova piazza pubblica attrezzata, posta nello spazio del vecchio Mercato delle Erbe, dove spiccano grandi 'cubi' (cinque metri di lato) appesi in aria a ciò che resta delle pensiline in acciaio, e un infobox che fornirà ai cittadini ogni informazione sugli interventi in corso e sul loro stato di avanzamento. Nel frattempo è partita una gara internazionale ad evidenza pubblica, mediante cui selezioneremo un operatore privato a cui affidare la realizzazione e la gestione delle nuove attività previste nei Mercati. Chiediamo che il progetto destini alla cultura e al tempo libero almeno il 35% della superficie, alla ristorazione non più del 25%, al commercio non più del 35%, al terziario non più del 15%. L’indirizzo pubblico avvia il progetto, le risorse finanziarie pubbliche mettono in moto un mercato, il bando seleziona le imprese che vogliono investire in questo progetto, secondo quote, scelte, comparti che il bando indica molto chiaramente.
Ci sono, allo stato attuale, dei criteri di valutazione effettiva delle ricadute di tali progetti sull’economia della città e sulla filiera dello sviluppo di posti di lavoro? La ricaduta economica di una strategia urbanistica di tale tipo è considerevole. I soli cosiddetti “articoli 11” (ossia i Progetti di Recupero Urbano), interessano un terzo delle periferie romane (circa 7.000 ettari) e 440.000 cittadini. Prevedono 463 interventi, di cui 346 pubblici e 117 privati. Mettono in moto investimenti per 3.234 miliardi di lire (di cui 2.284 privati), corrispondenti a circa 1,67 miliardi di euro complessivi di investimento (praticamente un Giubileo delle periferie, quanto ad ammontare degli investimenti!), dei quali 490 milioni di euro destinati alla realizzazione di opere pubbliche. Di questi ultimi, 300 milioni di euro sono stati messi a disposizione dagli operatori privati, testimoniando l’alto grado di coinvolgimento dell’imprenditoria nel progetto. Possiamo certamente dire che si tratta senz’altro della più grande manovra di recupero delle periferie mai programmata da un Comune italiano. I cinque programmi di riqualificazione urbana (“articoli 2”) si compongono, invece, di 31 interventi privati e 50 pubblici (per 329 milioni di euro circa), di cui 440 di interventi privati e 196 pubblici. Questi ultimi sono finanziati per 60 milioni di euro da soggetti privati titolari di interventi e per 42 milioni da finanziamenti pubblici. Gli interventi privati, invece, sono tutti (o quasi) finanziati con investimenti privati. Bastano queste cifre esemplari a dare un’idea di quale mole di investimenti possa generarsi da un serio programma di riqualificazione urbana come quello avviato a Roma.
www.urbanistica.comune.roma.itFonte: http://www.tafter.it/ |