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Ultras uno stile di vita

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martedì 30 ottobre 2007

Ultras, hooligan, tifoso, fan, supporter: una selva intricata di termini, un coacervo fobico di vecchi e nuovi significati in cui sopravvive il sensazionalismo dei mass media e dell'approssimazione culturale e linguistica, della modificazione semantica e ideologica.
Una breve storia del fenomeno per comprendere al di là del pregiudizio.

Ultras per alcuni un modello di vita...

Prima conseguenza: l'inasprimento delle norme repressive attraverso la promulgazione di un Decreto Legge ad hoc, che si è andato ad affiancare alle già draconiane disposizioni speciali quali la Da.spo - volgarmente detta diffida a frequentare le manifestazioni sportive da parte dei rei di atti di violenza - e soprattutto ad un pensiero dominante che vede nella fenomenologia in questione un problema di ordine pubblico e non il fenomeno culturale - sottoculturale? - e antropologico che in realtà è.


In Gran Bretagna - madre putativa del fenomeno legato alla violenza e alla devianza sociale attorno al football - così come in Italia, l'unica risposta a fronte di qualsivoglia tipo di turbolenza calcistica si è storicamente concretizzata attraverso la repressione, la strategica eliminazione del grande gruppo ultras, quello egemone sulla curva, che mira ad assicurare l'ordine pubblico scardinando di conseguenza l'ordine interno e le forme di auto-organizzazione proprio delle curve, che sfuggono periodicamente al controllo dello Stato.
Sono queste le cosiddette T.A.Z., Zone Temporaneamente Liberate, secondo la definizione dell'antropologo dissidente americano H.Bey, ovvero dei luoghi fisici dove la presenza dell'autorità verticale - dall'alto - viene sostituita spontaneamente con reti orizzontali di rapporti. In parole povere delle aree metropolitane (vedi i centri sociali autogestiti, o i grandi happening musicali giovanili) o luoghi altri come le curve, dove non esistono i medesimi vincoli del rispetto delle leggi che regnano invece in tutta la società, in cui quindi le norme di comportamento individuale e collettivo sono determinate da fattori interni e particolari.
Nelle curve esiste quindi non soltanto l'aspetto virulento che si autorappresenta attraverso la violenza domenicale negli stadi e fuori - autogrill, stazioni, parcheggi, raduni ecc. -, ma esiste anche una insospettabile forma perversa, e discutibile quanto si vuole, di alternativa allo stato delle cose precostituito tipico della società contemporanea che si manifesta attraverso un aspetto esteriore che è il rito delle coreografie, degli striscioni, dei cori e di tutto ciò che è lo spettacolo degli spalti, ma anche attraverso una precisa codificazione di linguaggi e forme di pensiero e aggregazione.
Chi è allora l'Ultras? Nell'intrecciarsi delle risposte emergono tutte le contraddizioni proprie del mondo del calcio, sport popolare per eccellenza ma anche sinonimo del massimo esempio di commercializzazione, industrializzazione e spettacolarizzazione dell'evento sportivo: buoni e cattivi, ultras violenti e tifosi genuini, vittime e carnefici involontari. 

 

Ultras il modello inglese
Innanzitutto bisogna ricordare, come un'avvertenza, che le caratteristiche storiche, culturali, folkloristiche e sociali del calcio britannico ha matrici e radicamenti sostanzialmente diversi da quello mediterraneo e del caso italiano in particolare.
John Williams in una serie di studi sociologici della seconda metà degli anni 80, anni in cui l'Inghilterra usciva dal dramma dell'Heysel (Bruxelles 29 maggio 1985, prima della finale di CoppaCampioni Juve - Liverpool, gli hooligans assaltano il settore dei tifosi italiani più mansueti, il panico provoca la fuga degli italiani. 39 morti fra calpestati e vittime del crollo del muretto del Settore Z) e stava ripiombando in quello di Hillsborough (a Sheffield nel 1989, 96 tifosi del Liverpool morirono soffocati, calpestati e schiacciati contro le recinzioni del settore a loro riservato per l'enorme pressione di coloro che erano stati fatti entrare sulle terraces da un servizio d'ordine in tilt), diede una chiave chiarificatrice del successo che le normative anti-hooligans hanno ottenuto in Inghilterra.
Innanzitutto una politico-sociale, che identificava l'ascesa del fenomeno calcistico e del tifo estremo di pari passo con il consenso popolare per il Partito Laburista che identificava nella società civile britannica l'apoteosi di quella working class (classe operaia), della quale il gioco del calcio era emblema. Il declino dei labour e la presa del potere della Thatcher contraddistinse quindi una forzatura repressiva e normalizzatrice di un fenomeno che era anche, inconsapevolmente politico.
Sotto la Thatcher non interessava tanto salvare il calcio, quanto reprimere la violenza: schedature, convogli blindati, settori transennati ed ingabbiati, esplosioni sottocutanee di violenza esportata all'estero al seguito dei bianchi e repressione aggirata in patria con l'espediente dei mob, degli Intercity squad, degli appuntamenti fuori dallo stadio, nelle periferie e nei campi dove regolare conti e rivalità, quindi non un successo della legge ma un sommergere la verità fuori dal fuoco dei riflettori. Teniamolo a mente.
Con la caduta del governo Thatcher, in seguito a tragedie immani come quella di Sheffield o di Bradford (55 tifosi arsi vivi in un incendio delle tribune in legno del fatiscente impianto dell'800 nel 1985, due settimane prima di Bruxelles) dovute non alla furia degli hool ma alle inadeguatezze e negligenze strutturali degli impianti, si pensò che taluni impedimenti nello scorrere del pacifico e sacro sabato, potessero essere ovviati con la cultura della sicurezza.

Essere ultras oggi a cosa vanno incontro i nostri ragazzi?

Eliminazione delle barriere con il campo, steward e non poliziotti a controllare i comportamenti individuali, maggiore sensibilizzazione dei giovani, trasformazione degli impianti in centri di ritrovo e intrattenimento extracalcistico (musei, bar, fans shop etc.), televisionizzazione immanente del fenomeno calcio. E l'hooliganismo pare essere magicamente scomparso dal mondo del pallone d'Albione. Anzi i comportamenti esemplari dei tifosi inglesi non appena dopo la riammissione in Europa dal bando post-Heysel, fece si che la Uefa premiasse i sudditi di Sua Maestà con gli Europei del 1996 che si svolsero senza gravi incidenti.
In realtà si era semplicemente trasformato il calcio dall'emblema della working class in prodotto ad uso e consumo della middle class, cioè quell'ampia fascia di benestanti che potevano permettersi i costi elevati dei settori numerati e tutto il corollario di merchandise e imbecillario assortito del perfetto tifoso mansueto e colorato. Oggi le ondate di moral panic (cioè le grandi campagne di demonizzazione artefatte e gestite dai media a seconda delle contingenze) hanno cessato di esistere in Inghilterra per quanto riguarda gli hooligans e si sono trasferite da noi creando il feticcio dell'ultras.

Ultras: Gli hooligans di casa nostra
La nascita dei primi gruppi ultras, dei primi collettivi di tifosi che mutuavano l'esperienza politica e l'attivismo sindacale delle fabbriche e delle università o, se di segno politico opposto, dalle organizzazioni giovanili della destra, traevano la propria linfa genetica da un humus altamente conflittuale e politicizzato, specchio delle tensioni di una società italiana che era uscita con le ossa rotte dalla prima e sconvolgente ondata di benessere economico (il famoso boom del decennio posteriore alla ricostruzione) dei primi anni '60. Una società italiana incapace di gestire quelle mutazioni di costume e di partecipazione alla politica, intesa come pratica quotidiana, che in quei pochi anni aveva esponenzialmente allargato la sua presenza nel tessuto connettivo della società stessa.
Quell'Italia dei "primi anni '70" non aveva ancora metabolizzato lo shock del '68 ed era colpevolmente inconsapevole nell'ignorare il clima degli anni di piombo che l'avrebbero dilaniata per tutto il decennio a venire. Ebbene, quelle primordiali aggregazioni spontanee di tifosi, per lo più composte da giovani e giovanissimi, ebbero l'innegabile merito di trasferire le proprie esperienze quotidiane nelle curve, istituzionalizzandosi paradossalmente in gruppi che via via iniziarono ad assumere caratteristiche più precise.
La scelta di alcuni nomi piuttosto che altri è altamente sintomatico. ULTRAS, BRIGATE, COMMANDOS, TUPAMAROS, SETTEMBRE, COLLETTIVO, ARDITI, GIOVENTU', FEDAYN, HELL'S ANGELS, REGIME, BOYS, FRONTE etc, scalzarono in breve tempo dalle gradinate e dalle curve i teloni con i colori sociali e con i nomi dei clubs intitolati al giocatore o al luogo di provenienza.
Questo avvenne principalmente grazie, dapprima, all'incosciente temerarietà dei primi pionieri che a proprio rischio e pericolo si misero in evidenza lanciando cori ritmati, introducendo tamburi e luminarie e provando delle embrionali coreografie fatte con pochi soldi e molta creatività, e iniziando a confrontarsi con le realtà omologhe che nascevano in altre curve di altre città, in maniera verticale da nord a sud. L'appartenenza dei primi ultras (che è la dicitura esatta, mentre ultrà è stata mutuata dai giornalisti da un contesto storico che è quello della Rivoluzione Francese per indicare i fedelissimi alla monarchia, nda) ad un medesimo contesto sociale o politico o di quartiere, cementava delle regole tacite ma ferree di rispetto e mutua reciprocità.
Innegabile che valori quali l'amicizia, il senso del gruppo, l'obbiettivo comune nel sostenere la squadra, l'entusiasmo portato dal sapere che si stava contribuendo ad edificare qualcosa che per la Penisola era un'assoluta novità, il difendersi tutti insieme in quelle trasferte già all'epoca a rischio per i più svariati motivi, contribuirono a stabilire i principi di quella che ai giorni nostri definiremmo "la Mentalità Ultras". Non secondario fu lo spirito emulativo suscitato dall'eco delle gesta compiute dagli hooligans d'oltremanica, tanto che l'Inghilterra divenne rapidamente meta di veri e propri viaggi-studio di alcuni dei nostri primi ultras.
Il fenomeno iniziò ad espandersi a macchia d'olio, le cronache domenicali delle partite iniziarono a dover rapidamente cedere molte delle loro righe e articoli non più al gol o al rigore contestato, ma a ciò che accadeva sulle gradinate e nelle strade delle città. I gruppi iniziarono a conoscersi, confrontarsi e scontrarsi fra di loro con una frequenza che pose il "problema"sotto i riflettori dei media e sotto il periscopio delle autorità.
Quel fenomeno di aggregazione giovanile che inizialmente questurini e magistrati, e con essi i politici, avevano sottovalutato e, machiavellicamente, tollerato in virtù del fatto che il "calcio oppio dei popoli" deviava, almeno alla domenica, migliaia di quegli attivisti politici che durante la settimana turbavano le piazze e l'ordine pubblico, stava scoppiando come un bubbone nella società.
Ma quelli erano ultras che si erano dati delle regole, erano ultras che si menavano fra gruppi, a mani nude o con le stesse armi che erano quelle degli scontri di piazza (caschi da motociclista, spranghe e bastoni che raccontato oggi fa inorridire, ma che all'epoca costituivano il corredo di ogni manifestazione politica), gruppi che si davano appuntamenti mattutini o notturni e regolavano fra di loro i conti. La violenza ha sempre e comunque una valenza negativa, ma il paradosso, che qui si vuole sostenere, è che essendo essa stessa - la violenza- connaturata al vivere collettivo e alla società dello spettacolo (per farla breve) è purtroppo inevitabile, ma perlomeno quegli ultras non coinvolgevano, o credevano e tentavano di farlo, i semplici tifosi estranei alle faide dei gruppi organizzati.

Ultras non è solo violenza!!!

Poi venne Paparelli (il tifoso laziale ucciso da un bengala di segnalazione marina esploso dalla Sud nel derby capitolino del 28 ottobre 1979), vennero le lame (l'assassinio di Vincenzo Spagnolo detto Spagna a Genova nel 1995 ad opera di un ultrà milanista), gli agguati (De Falchi e Filippini, le molotov contro il treno dei bolognesi a Firenze nell'89 ustionando Ivan Dell'Olio) le cariche di tanti contro pochi, i danneggiamenti, i vandalismi agli autogrill, i treni speciali dati alle fiamme, i morti, troppi e mai troppo ricordati. E la mentalità, quella vera, quella degli esordi andò via via rarefacendosi, fino quasi a scomparire sotto il peso di una società che stava vivendo il suo secondo boom economico, quello dell'Italia da bere all'ombra di tangentopoli, quello del riflusso culturale e del disimpegno politico, quello del merchandising e dello yuppismo.
Come gli ultras, pochi, in un certo senso selezionati, degli esordi erano il riflesso di quella società ancorati comunque a valori solidi, per perversi che potevano essere, così questi sono i figli di questa società. Il rampantismo invade anche gli stadi, il calcio diventa industria fra le prime a fatturare e produrre mercato nel Prodotto Interno Lordo, e così alcuni capiscono che anche con gli ultras ci si può fare i soldi.
Le vecchie guardie decimate dalla vita, dalla repressione e dall'eroina cedono il campo ai giovani che non sempre sono in grado di continuare la tradizione. E talvolta non ne hanno neanche l'interesse. E così le curve svarionano, il vecchio stereotipo dell'ultras fai da te, con sciarpa di lana fatta dalla nonna e striscioni rabberciati cede il posto a tanti bei piccoli soldatini griffati dalla testa ai piedi con il logo del gruppo ormai rigorosamente trade mark e depositato in tribunale.
La non omologazione politica, di destra o di sinistra, si inginocchia alle logiche elettorali e alle strategie di mercato. Le coreografie diventano megagalattiche, ma una volta diradatasi la nebbia dei fumogeni rimane lo squallido spettacolo di curve mute che esultano solo ai gol o attendono la sconfitta per contestare e fischiare, alla pari dei "borghesi" in distinti o addirittura in tribuna. I capi ultras vanno a cena coi presidenti, che da lì a un mese contesteranno per il mancato obolo versato in pass d'ingresso, e aizzano folle salvo poi diradarsi al momento topico.
Nel frattempo la repressione diventa sempre più pressante, ci sono anche i primi morti fra i tifosi in seguito a scontri con la polizia (Furlan a Trieste percosso dalla Celere, Colombini a Bergamo, Spolettini a Bologna) innalzando ed inasprendo di fatto le dinamiche degli scontri ad un livello intollerabile. 

http://nucleodoria.tifonet.it/Fotogallery/images/a%20angri-paganese95-96_jpg.jpg
Ultras: L'avvocato del diavolo
E allora dove rinasce la Mentalità? Rinasce su tanti bellissimi striscioni di solidarietà dedicati anche ai nemici più acerrimi o alle vittime di catastrofi e morti inopinate, nelle iniziative sociali, nel cercare, se necessario e inevitabile, lo scontro in maniera leale, nel fare fronte comune contro la repressione pressappochista e pregiudiziale, nel combattere il caroprezzi e le paytv, nel rispetto per l'avversario, nel diritto allo sfottò greve, impietoso, volgare ma nei limiti della decenza umana. Nell'evitare di farsi strumentalizzare dalle società calcistiche, nel sostenere squadre di mediocri predatori solo per l'orgoglio della maglia che indossano, nel riuscire a cantare anche se stai perdendo tre a zero, nel comprendere e far comprendere che in curva si va per cantare e non a sfilare in passerella o raccogliere denari e voti. Rinasce nella coscienza collettiva di un movimento che messo all'indice dalla società dello spettacolo che lo ha generato, sente il bisogno di avere una sua dignità mediatica e si confedera fra ultras avversari, uniti però dall'intento comune di lottare democraticamente contro i mali del calcio moderno: caro prezzi, paytv, repressione indiscriminata che colpisce ultras onesti e delinquenti comuni. Forse l'ultimo atollo su cui gli ultras possono salvarsi dal naufragio dei valori e dalla violenza becera.
È quindi necessario scandagliare la cultura ultrà, riconoscendone sicuramente il tasso negativo della violenza tout court, della intolleranza strisciante omofobica e xenofoba, della pericolosità sociale e dei costi economici ed umani ad essa connessa (le spese domenicali per garantire l'ordine pubblico pesano sui contribuenti, le vite distrutte dallo stadio pesano sui suoi protagonisti e le loro famiglie). Altrettanto necessario è però riconoscere l'assoluto desiderio di autonomia e contrapposizione nei confronti di ogni autorità costituita, sportiva ed istituzionale. E questo in ogni caso è indice di libertà. Diceva Pier Paolo Pasolini: "in piazza o allo stadio la passione non cambia".
      
Ultras: Libri & Web

FANATICS. Voci, documenti e materiali dal movimento ultrà, D.Colombo, D. De Luca. Introduzione di V. Marchi; 1996. Castelvecchi, Roma.

You'll Never Walk Alone - il mito del tifo inglese, a cura di Rocco De Biasi, Shake Edizioni Underground, Milano. Un vademecum completo di studi, teorie e documenti da e sul tifo inglese e non solo.

T.A.Z., H. Bey. Shake edizioni Underground. 1993, Milano.

ULTRA'. Le sottoculture giovanili della curva, a cura di V. Marchi. Roma, Koiné, 1996.

Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio, A. Del Lago. Bologna, Il Mulino; 1990.

In ciascun testo rintracciabili miriadi di riferimenti e citazioni di tutta la sociologia applicata allo studio del fenomeno violenza negli stadi e sottoculture giovanili di riferimento.

Ultras: TIFO WEB

www.ultrasportal.com
www.tifonet.it
www.progettoultra.it
www.ultrasoccer.org
www.ultrasinside.it
www.supertifo.it

di Domenico Mungo

Fonte: http://www.comune.torino.it/ 

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