Il parlare di nuove forme urbane per città che ormai hanno definito già da tempo la loro struttura è fuori dal pensare comune. Soprattutto se si fa riferimento al fatto che le politiche portate avanti oggi dagli urbanisti sono quelle del recupero e della riqualificazione.
Se prendiamo le distanze dall’immaginario comune che considera la “città” solo come uno spazio caotico fatto di agglomerati pronti ad esplodere e strade affollate, ci si rende conto che non esiste una sola “tipologia urbana”. Esistono infatti numerosi altri scenari, fatti di piccole realtà, il cui disegno non è nato dalla “mano abile” di un progettista, ma dalla ricerca spontanea di occupare spazio destinato all’espansione in nome dei bisogni della comunità. Le città molto spesso hanno seguito elementi e segni del territorio, talvolta naturali (fiumi, i versanti delle montagne etc), talvolta costruiti (strade, ferrovie etc). È in questo scenario che s’inserisce perfettamente il caso della Calabria. Qui assieme ai capoluoghi di provincia esistono numerosi piccoli-medi centri, che insieme sembrano formare una suggestiva costellazione terrestre, una struttura fisica e funzionale però scarsamente articolata. Questi piccoli centri hanno la caratteristica di avere il nucleo di primo insediamento posto a quota media di 400 m slm e le nuove espansioni in posizione pianeggiante o collinare. Le città hanno confini sempre meno definiti e sono privi di vere e proprie centralità. Per queste realtà che modello di città avrebbero pensato Howard, Cerdà, Housmann o Soria y Mata? Si può pensare a una nuova città-giardino a pianta radiocentrica: la città madre che diventa punto di riferimento e le diverse espansioni che diventano città satelliti, collegate, ove è possibile, da brevi tracciati ferroviari o stradali (magari utilizzando quelli già esistenti o in disuso), e dove non è possibile da percorsi che seppure non fisicamente presenti hanno una valenza funzionale (come i percorsi naturali, i vecchi tracciati, le vecchie “scorciatoie” tanto care a chi il territorio lo conosce o lo vive). Oppure, si può pensare ancora ad una riformulazione della struttura triangolare della Ciudad lineal di Soria y Mata con il nucleo antico al centro e le aree diffuse come città punto, entrambe collegate da assi (stradali, ferroviari…) sui quali si sviluppa l’espansione con i servizi. O sviluppare la città come pensata da Cerdà per la sua Barcellona, per blocchi, quartieri, distretti e settori. Certo i modelli sono riferiti a realtà dei primi anni del 1900 e difficilmente applicabili rigorosamente alle nostre città, ma se di questi modelli se ne prende solo ispirazione della logica con cui è stato letto il territorio, certamente possiamo porre rimedio ad alcuni errori. Il principio fondamentalmente è quello di ristabilire un rinnovato rapporto fra città e territorio. Sarebbe tanto sbagliato pensare di costruire un sistema alla cui base c’è la coesione tra nuclei esistenti e diffusi, ispirandosi a un mix tra i satelliti delle città giardino e la linearità de la ciudad lineal? Il controllo lineare dell’urbanizzazione costiera è relazionato al sistema di punti che costiutiscono già di fatto realtà indipendenti della parte interna, ma che adesso potrebbero diventare punti strategici di una rete urbana ben definita, dotandosi di tutti i servizi necessari alla collettività. Un sistema il cui sviluppo sarebbe tutelato da ampi corridoi e da corone di aree verdi e la cui relazionalità con il centro invece da direttrici stradali, da sentieri naturalisti e da percorsi su rotaia. Non una ghettizzazione ma una messa a sistema di ciò che l’uomo ha prodotto nel tempo. di Giuliana R. Cangelosi Fonte: http://www.tafter.it/ |