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Per una metropoli multipolare

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martedì 18 settembre 2007

Esiste un'architettura per il centro e una per la periferia? Forse no. Anche perché in fondo, è una questione di relazione. E di punti di vista. Chiariamo dunque qualche equivoco in materia di architettura e interventi urbani. Perché le nuove città hanno bisogno di approcci flessibili... Sfatiamo subito un equivoco: la periferia non è l’assenza del centro storico, ma la condizione di non essere centrali. Motivo per il quale non si sfugge all’emarginazione realizzando architetture che sembrano antiche come per esempio a Poundbury, il villaggio voluto dal principe Carlo e progettato da Leon Krier. E motivo per il quale certi quartieri antichi -oggi accade sempre meno, ma ancora accade per esempio a Palermo e a Napoli- possono essere luoghi periferici della realtà urbana. S
Se il concetto di centralità è relazionale, avremo che è meno periferico chi vive vicino al raccordo o alla tangenziale e arriva al luogo di lavoro in cinque minuti di chi abita in un quartiere semicentrale ma lavora fuori città e deve ogni mattina prendere un autobus e due metropolitane.
La centralità, in linea di massima, si crea: a livello soggettivo con scelte che ottimizzano il proprio modo di dimorare, lavorare, fare la spesa e divertirsi; a livello politico realizzando le condizioni per garantire che le scelte personali di centralità siano possibili alla maggior parte della popolazione e non il privilegio di alcune categorie quali per esempio i deputati che a Roma, grazie benefit che loro stessi decidono e rendono operativi, vivono, lavorano e si divertono nei dintorni del parlamento.
Poiché non esiste una periferia, ma solo mille condizioni che possono essere più o meno frustranti, non esiste un problema dell’architettura della periferia. Esistono, invece, numerosi ostacoli che impediscono e alcune strategie che, invece, permettono di realizzare una città multipolare, fatta di numerosi rapporti vitali.
Due altri equivoci, credo siano da sfatare. Il primo è che per migliorare le realtà urbane marginali sia possibile ricorrere massicciamente allo strumento della demolizione: eliminando errori e orrori del passato e inserendo al loro posto magnifiche nuove architetture. L’idea è affascinante ma poco realistica. In America dove ci sono intere aree di proprietà di singole corporation è possibile pensare di radere al suolo interi isolati e ricostruire; da noi la proprietà è frammentata e oramai quasi il 70% delle persone possiede la propria casa dove abita. Se in un condominio non ci si mette d’accordo per cambiare un citofono, come è possibile -qualunque sia l’incentivo dato- pensare di abbattere il palazzo e di ricostruirlo migliore? Gli strumenti da inventare sono altri: più microinterventi che operazioni chirurgiche, più lavoro sui vuoti che sui pieni, più operazioni mirate a singoli problemi -per esempio levare le macchine dalla strada, o potenziare gli spazi di relazione- che grandi e complesse trasformazioni.
Il secondo equivoco è che per ricucire la periferia, renderla umana, ci sia più bisogno di configurazioni apparentemente ordinate che di emergenze: da qui il bisogno di interventi che fanno il verso a quelli tradizionali: strade, piazze. Chi lo propone sembra non accorgersi che certe piazze, apparentemente a regola d’arte, non funzionano affatto, mentre complessi apparentemente mostruosi come i centri commerciali sono fantastici attrattori di flussi. Trasformare tutto in un gigantesco hypermercato? No, per carità. Ma neanche inseguire un tempo che non potrà più tornare, perché le persone oggi vivono e socializzano in modi un tempo impensati. La nuova città, le nuove centralità esigono un approccio creativo e inventivo. Quindi si a Koolhaas e no a Portoghesi, si a Tschumi e no a Gregotti, si a West8 e no a Botta.

Poundbury
Poundbury è un quartiere della città inglese di Dorchester, voluto dal Principe di Galles e progettato dall’architetto Leon Krier. Nelle intenzioni di chi lo ha realizzato dovrebbe essere “una sfida alle periferie dominate dal traffico e alla perdita dell’identità tradizionale dell’architettura locale”. I lavori di costruzione del nuovo quartiere sono iniziati nel 1993 e si sono conclusi nel 2002. Informazioni e immagini sul sito: www.poundbury.info

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956) è critico di architettura, laureato in architettura (1979) e specializzato in pianificazione urbanistica (1980). Scrive per Domus, L’ Arca, Monument, L’Architettura, Ottagono, Il Progetto, Costruire, Spazio Architettura, Arch’it. Ha scritto testi per la RAI e svolto ricerche per il CNR. Coordina le sezioni “Scritti” e “Grandi Eventi” della Universale di Architettura, fondata da Bruno Zevi, edita dalla Testo & Immagine di Torino; le collane “Architettura oggi, nuove tendenze” e “L’architettura in pratica” della Testo&Immagine. Ha scritto, tra gli altri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997; HyperArchitettura, spazi nell’età dell’elettronica, Testo&Immagine , Torino 1998 (tradotto in inglese dalla Birkhäuser); This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999; Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Insegna “Storia dell’architettura contemporanea” all’Università di Roma La Sapienza. www.prestinenza.it

di Luigi Prestinenza Puglisi

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