La Operandi Fondazione British American Tobacco Italia Onlus è nata nel 2004 per mano della British American Tobacco Italia (BAT Italia). E’ la prima fondazione del mondo del tabacco in Europa a rientrare nella particolare e delicata categoria delle Onlus. La mission della fondazione è quella di “ascoltare i bisogni del territorio, per rispondere con interventi concreti e organici”. Infatti, la Operandi realizza progetti e iniziative su tutto il territorio nazionale che possano agire da volano di nuove risorse ed energie sociali, artistiche e culturali, con lo scopo di fornire una risposta significativa ai bisogni della comunità in cui opera, tramite l’attuazione di un programma di intervento pianificato e realizzato attraverso il controllo diretto della Fondazione.
Come si legge in più punti sul sito ufficiale (www.operandi.it), è stata scelta la forma dell'Onlus proprio per sottolineare il rigore, la sistematicità e l'autonomia dei propri interventi.
Sono tre i settori verso i quali la Fondazione indirizza i propri interventi: - - assistenza sociale;
- - supporto allo sviluppo del mondo del lavoro e dell’impresa;
- - tutela e valorizzazione della natura e dell’ambiente.
Inoltre la Onlus Operandi è attualmente impegnata a: - - attuare progetti di solidarietà sociale sul territorio nazionale, per supportare organizzazioni non profit e istituzioni locali nel miglioramento della qualità di servizi offerti alla collettività;
- - attuare iniziative che promuovano studi in campo socio-economico, con il coinvolgimento di istituti di ricerca e università;
- - individuare progetti di tutela ambientale che consentano il mantenimento di aree protette unitamente allo sviluppo socio-economico locale.
Per raggiungere tali obiettivi dalla sua nascita ad oggi Operandi ha erogato ben 3,22 milioni di euro, ripartiti in tre aree: Sociale (43,5%), Cultura (43,1%), Ambiente (13,4%), secondo lo schema seguente: prima vista nessuno troverebbe alcun aspetto negativo legato a ciò che finora è stato scritto. Perché dovrebbe esserci qualcosa di strano in una Onlus che – come tante altre - finanzia moltissimi progetti con riscontri positivi per la società intera? Rispondere è semplice quanto controversa è questo tipo di comunicazione sociale. Chi ha letto fin quanto descritto sa di cosa si parla quando si nomina la BAT? In teoria per saperlo basterebbe visitare i siti aziendali www.batitalia.com oppure www.bat.com. La British American Tobacco è stata fondata nel 1902 e risulta essere il secondo gruppo quotato in borsa più importante a livello mondiale nel settore del tabacco; occupa grazie al suo immenso portafoglio – che vanta oltre 300 marche di tabacco e sigarette - oltre 180 mercati, in 50 dei quali risulta anche essere leader del settore. Le aziende consociate producono all’incirca 689 miliardi di sigarette in 52 stabilimenti dislocati in 44 paesi e dispongono, inoltre, di quattro stabilimenti per la produzione di sigari, tabacco trinciato per sigaretta e per pipa. In Italia i siti produttivi si trovano a Lecce, Rovereto e Bologna. I marchi prodotti dalla BAT sono tra i più conosciuti al mondo: Kent (venduto in 70 paesi), Dunhill (venduto in 120 paesi), Lucky Strike (venduto in 90 paesi), Pall Mall (venduto in 60 paesi), Benson & Hedges (venduto in 80 paesi) e tanti altri. Tornando alla Fondazione Operandi, ci si è chiesti perché essa – per sua stessa ammissione sul sito internet - non finanzia: - - progetti di ricerca in ambito sanitario;
- - progetti rivolti esclusivamente alla tutela dei minori e dell’infanzia;
- - progetti a sostegno dello sport;
- - partiti politici e sindacati;
- - individui che agiscono a favore del proprio interesse o nell’interesse di enti non accreditati e riconosciuti.
Altrettanto facile questa risposta come la precedente: perché finanziando tali attività aiuterebbe la lotta contro il fumo, la prevenzione e l’informazione a favore della salute pubblica. E’ proprio questo lo scopo delle aziende produttrici di tabacco. Non avendo altro modo per pubblicizzare i propri prodotti, esse sono costrette a organizzare eventi di prevenzione, creare organizzazioni sociali o mettere in atto tante altre attività simili, con l’unico scopo di far percepire al consumatore un’elevata responsabilità sociale. In questo modo è inoltre possibile - oltre ad accrescere la propria immagine - far conoscere il proprio nome a chi ancora non ne è a conoscenza vista l’età: i bambini. Vengono infatti organizzate in collaborazione con le scuole elementari molti corsi contro il fumo (vedi Philip Morris). Ma è normale e soprattutto eticamente corretto che – come appena detto - alcune campagne di sensibilizzazione sociale siano ideate, organizzate e finanziate dalle stesse aziende che pubblicizzano e producono sigarette? Inoltre, è normale che società come la PM affermino sul proprio sito web: “No alla vendita di tabacco ai minori”, "Collaboriamo con i governi e le autorità sanitarie per contribuire a creare una solida ed efficace normativa sul tabacco", “Non distribuiamo, vendiamo o offriamo alcun accessorio, come magliette, cappellini o ombrelli, su cui sia impresso il nome o il logo delle nostre marche di sigarette”? E l’elenco potrebbe ancora continuare per molto. A tal proposito una ricerca di Farrelly nel 2002 ha esaminato gli effetti di due campagne anti-Fumo: “Truth” dell’ American Legacy Foundation e “Think. Don’t smoke” della Philip Morris. La American Legacy Foundation è un’associazione che opera a livello mondiale ma soprattutto statunitense con lo scopo di sensibilizzare i giovani sull’argomento “fumo”, offrendo loro le possibilità e i modi per rifiutare il tabacco o smettere di fumare prendendo parte ai servizi di prevenzione organizzati. Invece, com’è noto, la Philip Morris International è una delle maggiori aziende di tabacco al mondo, che fornisce circa 60 milioni di persone, producendo nelle sue industrie distribuite sull’intero territorio mondiale le più vendute marche di sigarette (Marlboro su tutte). Dallo studio è emerso che grazie alla campagna “Truth” i giovani hanno capito meglio quali sono i problemi legati al fumo e hanno quindi acquisito maggiori conoscenze e informazioni sull’argomento. Inoltre la campagna ha avuto una maggiore risonanza rispetto a quella della Philip Morris: quindi, tra le due, quella ad aver effettivamente cambiato la percezione del problema “tabacco” nei giovani è stata la prima. Invece, la campagna “Think. Don’t smoke” genera un atteggiamento più favorevole nei confronti del fumo, dando così supporto alle affermazioni degli attivisti della lotta contro il consumo di tabacco che considerano da sempre le campagne di sensibilizzazione prodotte dai proprietari delle aziende di sigarette come un mezzo per comprare il proprio target, rendendolo consapevole dell’esistenza della marca e non dei problemi che può dare fumare. Così come la campagna esaminata dallo studio appena descritto, anche altre campagne di comunicazione sociale (tra cui quelle organizzate dalla Operandi Fondazione British American Tobacco Italia Onlus) hanno molto probabilmente come unico obiettivo un proprio tornaconto, definibile come “eticamente non corretto”. di Andrea Ando’ |