A Firenze, Palazzina Reale, dal 27 ottobre al 6 gennaio 2008 "Arte e Omosessualità. Da Van Gloeden a Pierre et Gilles" Dopo una lunga e travagliata vicenda, apre alla Palazzina Reale una delle esposizioni più contestate degli ultimi anni
L'AMOROSA AMICIZIA ESILIATA DA MILANO Da von Gloeden a Pierre et Gilles. Milano, Palazzo della Ragione.
Dal 10 luglio all'11 novembre la mostra sull'arte e l'omosessualità (CENSURATA)
 La mostra ideata dall’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Vittorio Sgarbi, in collaborazione con Eugenio Viola e organizzata da Artematica, avrebbe voluto proporre più di 150 artisti per indagare, per la prima volta in Italia in maniera così ampia, le connessioni tra arte e omosessualità nel periodo che dalla nascita della fotografia arriva fino ad oggi, idealmente da Von Gloeden a Pierre et Gilles. Cosa si dovrebbe intendere esattamente per “arte omoerotica”? Opere create da artisti della cui omosessualità siamo certi e in cui spesso, ma non necessariamente, è riscontrabile qualcosa che rimanda ad un gusto omoerotico? Oppure bisogna prendere in considerazione l’opera di autori che ufficialmente non risultano omosessuali ma le cui creazioni rivelano uno straordinario erotismo che spinge verso questa interpretazione? Tutte domande rimaste senza alcuna risposta. Il sindaco di Milano Letizia Moratti e la giunta hanno imposto di togliere 10 opere. Così gli organizzatori hanno deciso di non aprire.
IL TORMENTONE "VADE RETRO"
Sembrava terminata sotto la calura milanese di fine luglio la vicenda della mostra censurata da Letizia Moratti. Vittorio Sgarbi aveva annunciato che la mostra si sarebbe aperta il 27 agosto in uno spazio di Sesto San Giovanni, offerto da una giunta di sinistra. Ma ora gli organizzatori di "Artematica" sembra abbiano declinato l'offerta sostenendo che gli spazi del Mil di Sesto non sono adeguati. Per questo stanno vagliando le numerose offerte giunte da diversi capoluoghi di provincia italiani. Secondo nostre fonti anche la città di Londra si sarebbe fatta avanti. Tenendo a precisare che una simile esposizione non susciterebbe, dalle loro parti, il benchè minimo scandalo. Insomma la morale, per noi di ArsLife, è che veramente questa vicenda milanese ha contribuito -se mai ce n'era bisogno- a gettare ancor più nel ridicolo il circo italiano dell'arte. Gestito da "nani & ballerine". Quando finirà? Quando se ne andranno? Ci è arrivato un commento da Monica Costa che pubblichiamo e ringraziamo Vade Retro per davvero. La mostra su arte e omossessualità chiusa prima dell’ inaugurazione di MONICA COSTA Alla fine la mostra “scandalo” non si è fatta. Milano rimane con la curiosità di assistere all’ evento che ha creato tanto clamore. Davide Atomo Tinelli, con il quale ho collaborato per la mostra Street Art, Sweet Art al PAC, ha indetto una conferenza stampa sabato proprio contro la censura delle opere ed è stata un successo, come mi ha detto per telefono. Nel suo tono di voce c’ era un filo di amarezza quando mi ha confermato: “La mostra ha chiuso, si farà da un’ altra parte, ma non a Milano”. L’ ennesima occasione persa. Pochi hanno avuto il privilegio di vedere le opere ancora in fase di allestimento e io sono tra questi fortunati. Non che la mostra fosse assolutamente da non perdere, ma la censura nell’ arte è quanto di peggio il potere può esprimere. Lo stesso Vittorio Sgarbi, ideatore dell’ evento, aveva affermato in conferenza stampa che “È probabile che se avessi dovuto curare direttamente questa mostra la scelta delle opere sarebbe stata diversa”, definendola anche “lacunosa e imperfetta”. In effetti il giovane curatore Eugenio Viola ha preferito inserire soprattutto fotografie, rispetto a una scelta più complessa di dipinti sull’estetica omoerotica, che poteva spaziare dall’ antichità ad oggi. Certo la dicotomia tra dipinti e fotografia si percepiva pesantemente nel percorso della mostra che prediligeva quest’ ultima come mezzo espressivo d’elezione del mondo gay. Comunque le immagini di un antesignano della fotografia come Wilhelm von Gloeden, che si ispirava ai miti ritraendo giovani reali, non avevano niente da invidiare ai vari nudi maschili di Filippo de Pisis o al David di Guglielmo Janni presenti in mostra. Altra opera interessante scelta era Lo Psiconauta di Agostino Arrivabene. Durante la conferenza stampa ho avuto modo di intervistare Paolo Schmidlin, la cui scultura Miss Kitty, in tanga e con le calze autoreggenti, assomiglia in maniera impressionante al Papa. Per evitare che la somiglianza risultasse così evidente, l’ autore aveva persino deciso di mettere una benda sugli occhi della sua opera. Purtroppo non è bastato. Non è la prima volta che Schmidlin propone un tema simile: lo aveva già fatto con una discinta regina Elisabetta. Candidamente mi ha rivelato che anche allora temeva ripercussioni negative che però non ci sono state. Con Miss Kitty, che lui confessa doveva chiamarsi Josephine, il ritorno è stato diverso. Di sicuro gli ha portato tanta popolarità, anche perché come scultore è molto bravo, però anche qualche problema che non si aspettava. Questo è difficile da credere perché la sua è stata una delle opere più provocatorie. Per mettere fine alla polemica Vittorio Sgarbi ha persino deciso di comprarla per ventimila euro e in questo modo toglierla dalla mostra, ma il suo gesto non è bastato. Altre opere hanno creato ulteriori contrapposizioni, anche politiche. Come nel caso di Ecce Trans di Coniglio Viola: la foto che ritrae Silvio Sircana, fermo in auto davanti a un travestito che ha il volto di Gesù, è stata immediatamente scartata perché, come ha detto lo stesso Sgarbi, non era di qualità, ma anche questa scelta ha rinfocolato le polemiche. Una foto che aveva destato scalpore, sebbene si fosse deciso di tenerla in mostra, era Wide di Paul Smith che ritrae un uomo a gambe aperte con genitali femminili. Un ulteriore caso contestato è stato quello della Pietà di Paolo Cassarà che invece di Gesù in braccio ha una bambola gonfiabile. Molto probabilmente si trattava di una mostra eccessiva e anche trasgressiva, però il pubblico aveva il diritto di vederla e infatti tra la gente la delusione è stata grande di Monica Costa Un intervento sulla mostra milanese censurata Quel bordo di "misticità" della censura di Matteo Brega La questione nata attorno alla mostra – mancata, censurata, traslocata – dal titolo – anch’esso fonte di polemiche e di faticose mediazioni – “Vade Retro. Arte e omosessualità” fornisce alcuni elementi di grande interesse non strettamente attinenti alla mostra stessa ma indicativi di una più ampia realtà. Ciò che Vittorio Sgarbi “fa” è secondario rispetto a ciò che “è”. In altri termini: con Sgarbi l’arte che consiste nella sua vita ha sempre la meglio, perché ha sempre un peso specifico superiore, sull’arte che Sgarbi promuove mettendola “in mostra”. A fronte del peso specifico della vita, l’arte soccombe. Sia per una questione romantica, che in Sgarbi trova soluzione, di preminenza dell’una sull’altra, sia per il fatto che nell’adoprarsi a vivere la vita come se fosse un’opera d’arte, da una parte si realizza l’auspicio decadente, dall’altra si fraintende inevitabilmente la postmodernità. Sgarbi sarebbe il primo a rifiutare la lettura decadentista a favore di una vitalista, così come rilancia sempre le polemiche di merito su di un piano mediale. Ma questa volta non si tratta di una più o meno rilevante presenza di pezzi di un autore all’interno di una mostra. Non si tratta di stabilire quanti e quali Caravaggio effettivamente siano presenti in una mostra su Caravaggio. Nel caso di “Arte e omosessualità” la questione del suo impatto mediale è talmente rilevante da ridimensionare ipso facto i contenuti della mostra stessa. La questione del catalogo, nel suo essere paradigmatica, è al tempo stesso sublime: i costi vengono piacevolmente raddoppiati – e mai con questa nonchalance – a fronte del fatto che sarà il catalogo il vero “oggetto d’arte” di questa vicenda, cioè l’unica cosa che letteralmente rimarrà per come è stata concepita inizialmente. Un catalogo con molte sbavature, ma forse per questo ancora più ambito come quei francobolli cui manca un dente. E se ciò è vero per ogni mostra, in questo caso il momento fruitivo, limitato ad un vernissage, si dissolve negli echi della polemica, della censura e dell’attesa della ricollocazione della mostra. Da un punto di vista mediale l’auspicio è che la mostra non si mostri mai, per toccare quel bordo di misticità che la “censura” ha già timidamente prefigurato. Né a Napoli né in Brasile (refugium peccatorum) né in Brianza. Per dissolversi nel suo non esserci mai stata non deve mostrarsi. E concentrarsi su quei due cataloghi, già francobolli rari, già feticci dell’arte contemporanea. di Matteo G. Brega Docente di "Patrimoni dell'immagine" all'Università IULM di Milano" |