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Lo Spazio dei Flussi

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martedì 18 settembre 2007

Isole postmoderne, nonluoghi dello spostamento e dell'attraversamento. Le tradizionali zone di passaggio -areoporti, stazioni, mezzi di trasporto- si trasformano in ‘spazi dei flussi'. Con regole proprie e codici studiati. Ecco a voi i condensatori di attività pubbliche...

La contemporanea accelerazione dei movimenti e degli scambi globali disegna l’emergenza di una specifica forma di spazio pubblico: lo spazio dei sistemi di trasporto, delle stazioni, dei terminal, ferroviari come aeroportuali, delle aree d’attesa. Queste strutture assumono una particolare importanza non soltanto nel loro valore di infrastruttura della mobilità, ma anche per la massiccia frequentazione che li rende veri e propri condensatori pubblici dell’attraversamento,

caratterizzati dal movimento piuttosto che dalla permanenza. La sfera della mobilità e del consumo ha così disegnato nel tempo una serie di luoghi dove la gente passa occasionalmente parte del suo tempo, ma che costituiscono ormai un elemento essenziale della contemporaneità: aeroporti, hotel, supermarket, centri commerciali, punti di sosta lungo le autostrade.
La nozione di “spazio dei flussi” fornitaci da Manuel Castells spiega in questo senso come la componente spaziale sia diventata la forma materiale di supporto dei processi e delle funzioni dominanti della società informazionale: “lo spazio dei flussi è l’organizzazione materiale delle pratiche sociali di condivisione del tempo che operano mediante flussi”. Così, i luoghi del contemporaneo, più che territori della permanenza stanziale, sono gli spazi di percorso che, svolgendo il ruolo di infrastruttura di supporto alla mobilità, forniscono nei riti quotidiani di passaggio una varietà di servizi alle attività più disparate, sostituendosi così alla città storica. Qui, transito, consumo e cultura spesso si ibridano disegnando condensatori abitati e attraversati ventiquattrore al giorno, in cui sostare momentaneamente nel viaggio e trovarvi concentrato il mondo in una sintesi ludica di commercio, spettacolo, gastronomia, arte.
Lo spazio pubblico, non solo aeroporti e stazioni, autogrill e motel, ma anche musei, ospedali, scuole, centri commerciali, discoteche, parchi, strutture sportive, devono saper includere al loro interno altri luoghi, eventi, funzioni, servizi, finalizzati alla contaminazione di ogni attività con le pratiche del consumo. Si sommano programmi e funzioni diverse e a volte contrastanti all’interno di uno stesso spazio, dando vita a forme di ibridazione tra comportamenti, tempi, forme, circuiti, ognuno con caratteristiche proprie a cui questi contenitori devono rispondere in maniera complessa, spesso liquidando così tipologie monofunzionali moderniste.
Sono cioè veri e propri laboratori per intrattenere e trascorrere il tempo offrendo un’esperienza densa tale da escludere tempi morti: questi speciali spazi globalizzati si presentano come vere e proprie enclavi deterritorializzate rispetto al contesto locale, ma sempre connesse ai corridoi della mobilità, fisica come virtuale. La particolare morfologia introversa è tale da garantire sicurezza e funzionalità, igiene ed efficienza: luoghi in cui abbandonare ogni diffidente sospetto per sentirsi a casa nel mondo e lasciarsi andare al continuo fluire sinestesico delle sensazioni visive, sonore, tattili, olfattive a cui i corpi sono sottoposti da immagini, colori, rumori, odori che si sovrappongono a chi li attraversa. Sullo stile dei passages descritti da Walter Benjamin nelle sue avventure perlustrative alla scoperta della Parigi moderna dell’inizio del secolo attraverso fiere mondiali, gallerie commerciali, vetrine e grandi magazzini, shopping malls, come molti “passaggi” urbani, questi spazi pubblici offrono un’esperienza estetica di empatia e contemplazione vouyeuristica attenta a novità, immediatezza e intensità. Queste isole postmoderne, deterritorializzate e normalizzate a canoni formali cosmopoliti, possono essere considerate un prodotto spaziale per l’attraversamento, dove poter acquistare un’esperienza estetica per poche ore al prezzo scontato di un tagliando per il parcheggio. Offrendo l’illusione dell’affrancamento da ostacoli fisici di contenimento del movimento, questi luoghi vengono percepiti nel transito come spazi sicuri nell’attento monitoraggio e sorveglianza, confezionati su misura di libertà e dipendenza.
Esiste un alto grado di similitudine tra alcuni luoghi della circolazione, della comunicazione e del consumo: stazioni che potrebbero quasi essere shopping malls, hotels molto simili ad edifici per uffici, aeroporti che sono centri per conferenze. Il processo di normalizzazione di questi spazi, l’eliminazione di riferimenti locali immediati e la ripetitiva proliferazione, definiscono un continuum spaziale che si è esteso in senso globale rendendoli simili gli uni agli altri.
La costituzione all’interno di queste strutture spaziali, di regole di funzionamento interne completamente autonome, ne fanno degli ambienti simbolici unificati nella creazione di un habitus transnazionale, formalizzando così una sorta di normalizzazione degli ambienti. Questi spazi vengono così progettati e costruiti non tanto per essere abitati, o per essere vissuti dall’interno, ma per muovervi attraverso, per essere percorsi, implicando così la prospettiva dell’eterno viaggiatore, sia esso un metropolitan businessmen nel trasferimento per affari, come un commuter nel moto oscillatorio pendolare, oppure semplicemente un city-user nel suo soggiorno consumistico a tempo determinato.
Questi luoghi si presentano così come episodi, sia fisicamente sul territorio che temporalmente nella quotidianità individuale, in cui ognuno, nell’asettica neutralità, si può riconoscere senza appartenervi, acquisendo una fetta di modernità normalizzata nelle lounges patinate del consumo totale, come nei parchi ludo-turistici musealizzati secondo l’etica disneyana.
Rem Koolhaas in questo senso analizza l’impatto, mappandone gli esiti, del commercio sulla città: lo spazio pubblico, non solo aeroporti e stazioni, ma anche musei, ospedali, scuole, etc., hanno subito una profonda trasformazione legata alle dinamiche di globalizzazione, tale da dilatarne gli spazi fino ad assumere dimensioni esagerate, per le quali conia il termine di bigness: la quantità si afferma a prescindere dalla qualità.
Lo spazio dei flussi inoltre fonde al suo interno mobilità fisica, attraverso il trasporto pubblico e privato, metropolitano, aereo, e spostamento immateriale, attraverso lo scambio informativo e mediatizzato che corre nelle fibre ottiche e nelle immagini audiovisuali che scorrono globalmente costruendo i nostri paesaggi di senso. In questi speciali nodi intermodali, si abitano così contemporaneamente territori fisici e spazi virtuali, laddove il fattore discriminante non è più semplicemente il possesso patrimoniale, ma la capacità multipla d’accesso, e contemporaneamente di movimento, a luoghi tangibili e comunicazionali. Così questi grandi condensatori di attività pubbliche se da un lato presentano tipologie versatili adattive ad una molteplicità di usi, per il movimento e la permanenza, dove gruppi e individui disparati possono coesistere, dall’altra si attrezzano con dispositivi e tecnologie perché tutti possano rimanere in contatto contemporaneamente, creando così una forma di iperspazio ad n dimensioni dove diversi sistemi di trasporto fisico e di mobilità telecomunicativa si possono combinare.
L’accelerazione dei traffici e della circolazione se da un lato muove nella direzione dell’omologazione degli spazi e dei comportamenti, come delle modalità di funzionamento, dall’altra permette la mobilitazione di risorse ed energie un tempo isolate nel localismo periferico. Tutto e tutti si muovono e più facilmente, sia fisicamente che virtualmente e così si condividono codici e linguaggi che, dischiudendo nuovi ambiti d’azione e di interazione, permettono forme di soggettivazione e di sperimentazione creativa.

di  Lorenzo Imbesi

Fonte: http://www.tafter.it/

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