Limiti e potenziale delle aree industriali dismesse
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martedì 18 settembre 2007 |
Spazi urbani, occupati a lungo da fabbriche, complessi industriali o infrastrutture territoriali, svuotati della loro funzione generante e divenuti non-luoghi. Le potenzialità di questi spazi risiedono nei progetti di riconversione, grazie ai quali possono arrivare ad assumere un ruolo strategico nel tessuto urbano...
Le notevoli dimensioni che caratterizzano le aree industriali dismesse rendono la loro riqualificazione più attinente alla pianificazione urbanistica che al progetto d’architettura. Di certo è inevitabile che gli interventi di questa portata debbano essere inquadrati in una logica di contesto e di sviluppo urbano. Proprio nel ruolo strategico che queste aree possono assumere si è rintracciata la grande potenzialità delle riconversioni. E la strumentazione urbanistica si sta muovendo in questa direzione: strategie d’insieme da adottare in tempi relativamente rapidi e non mere rifunzionalizzazioni. Il tema della qualità di questi interventi diventa fondamentale. Qualità di vita - che è quella che si vuole offrire ai cittadini -, qualità dei servizi e qualità di architettura. Non di rado, infatti, negli interventi di recupero di aree industriali dismesse, sono stati chiamati famosi architetti, garanti della nuova immagine di queste aree. Il progetto urbano sembra il compromesso opportuno per riunire problematiche di diverso carattere disciplinare. Il crescente interesse nei confronti di queste aree nasce non solo dalla necessità di limitare le conseguenze dannose dell’inutilizzo di spazi, ma dall’occasione ravvisata da parte di pubblici e privati di riqualificare e rifunzionalizzare aree difficilmente rintracciabili nei congestionati tessuti urbani. Una risorsa e un’occasione per la rigenerazione della città esistente. I confini tra il mercato pubblico e quello privato vanno assottigliandosi sempre più con la messa a punto delle nuove forme di collaborazione tra gli operatori “vecchi” e nuovi: il project financing, le concessioni, la nascita di strumenti finanziari come i Pru, i Prusst, le Stu. Ed emerge e si fa forte una nuova realtà, in cui pubblico e privato si accordano a fronte della chiarificazione dei propri obiettivi e margini di convenienza. Questo l’auspicio, in alcuni casi difficile da concretizzarsi. Conflitti di interessi sono alla base della lentezza e dell’alternarsi di visioni attorno ad uno dei nuclei industriali dismessi più grandi del mezzogiorno: Napoli est. Est è la più vasta zona industriale di Napoli diffusa sul territorio in maniera irregolare, tra i quartieri di Poggioreale, S.Giovanni, Barra, Ponticelli. E' un territorio caratterizzato da caos e degrado ambientale. Tuttavia la vicina presenza dell'aeroporto e dell'area portuale, di collegamenti stradali, ferrovie regionali e nazionali, del Centro Direzionale e di una non trascurabile densità imprenditoriale, rendono Napoli Est un luogo d'importanza strategica. Diventa fondamentale che l’amministrazione comunale consideri oggi Napoli orientale non solo come uno dei problemi irrisolti della città, ma un elemento centrale per un nuovo sviluppo urbano dell’area metropolitana, un’occasione per i napoletani di riappropriarsi di brani di città da sempre inaccessibili, come la vasta area occupata dai depositi petroliferi. L’ultimo p.r.g. ha proposto soluzioni e indicazioni, partendo da un accurato censimento dell’intera area. Ancora qualche incertezza sulla sua nuova vocazione: superare “la barriera dei binari” e unire Napoli est al resto della città o continuare a preservare la sua peculiarità produttiva? Attività terziarie e aree verdi andranno di sicuro ad integrarsi con ambedue gli scenari.di Valentina Todesca Fonte: http://www.tafter.it/ |