Niti Bhan è ingegnere, diplomata all'MBA e pensatrice di design che offre consulenza in materia di strategie per i nuovi mercati emergenti, con particolare attenzione ai segmenti della popolazione più ignorati e privi di servizi essenziali. In oltre 15 anni di esperienza negli Stati Uniti, India e nell’ASEAN, ha lavorato per marchi globali come Hewlett-Packard, McCann Erickson e l’Institute of Design, IIT, di Chicago. È membro del Comitato consultivo dell’UNESCO/Fellisimo Social Design Network e attualmente fa parte della giuria per “Heated Issue” – un concorso di Design21 sulle strategie di comunicazione relative al cambiamento climatico.
Il design sostenibile, il cambiamento climatico, l’ambiente e le fonti di energia rinnovabile sono attualmente preoccupazioni predominanti nella nostra vita. I designer e i loro collaboratori, per formazione professionale o per sensibilità personale, sono spesso in prima linea nei movimenti che si impegnano a favore di queste cause. Cercano di mettere in atto cambiamenti. Sensibilizzano e si adoperano, con il proprio lavoro e in una moltitudine di progetti, per imporre una svolta alla situazione.
Ma tutte queste iniziative – che si tratti di un gruppo regionale come Dott07, di una conferenza specifica come TED in Africa o di una particolare disciplina industriale come l’AIGA – sono tutte, senza eccezioni, attività indipendenti o appelli ad agire. Ma dato che il tempo gioca a sfavore della portata, della scala e della rilevanza dei cambiamenti necessari, senza calcolare gli effetti secondari della rapida crescita economica di potenze asiatiche quali l’India e la Cina, ci si domanda se queste iniziative siano sufficienti.
Le nazioni europee sono alla testa del movimento ambientalista, concentrate sui problemi del cambiamento climatico e sull’esigenza di ridurre al minimo l’impronta dell’umanità sulla Terra, un pianeta che appartiene a noi tutti.
Eppure nessuna associazione dell’industria del design ha mai fatto riferimento alla necessità di legislazioni a livello nazionale sui principi del design che regolino la validità dei prodotti ecologici oppure su processi e pratiche imprenditoriali sostenibili. Non ci sono stati tentativi di formulare una legge, stabilire normative o istituire metodi e principi diretti ai designer, a tutti i livelli e di qualsivoglia disciplina, al fine di innescare un cambiamento sistemico, su larga scala del modo di praticare il design, per salvare l’ambiente e conservare le scarse risorse a nostra disposizione.
Ma come possono leggi e normative cambiare il fatto che anche se il Regno Unito sospendesse OGNI EMISSIONE DI CO2, di fronte alla Cina che apre due nuove centrali elettriche a carbone alla settimana, tutti i benefici si annullerebbero nel giro di due anni? Che senso ha modificare le politiche di design a livello comunitario, se l'India e la Cina sono dieci volte più grandi quanto a dimensioni e popolazione? Non ci rendiamo conto dell'effetto che possono avere le dimensioni del mercato, la potenza economica e le scelte dei consumatori sul modo in cui il design e la produzione dei prodotti vengono realizzati, o sui modi in cui i processi e le pratiche dell'industria possano diventare più sostenibili.
Le severe normative dell'UE sui componenti elettronici entrate in vigore da poco più di un anno hanno già fatto la differenza nel modo in cui i prodotti di consumo vengono disegnati e quindi prodotti. Le Direttive sulla Restrizione di Sostanze Pericolose (RoHs) e sui Rifiuti di Attrezzature Elettroniche ed Elettriche (WEEE) prevedono che, anche se l’idea e il design di un prodotto sono realizzati negli USA o se esso viene prodotto in Cina o a Taiwan, il produttore che intende venderlo sul mercato europeo, deve rispettare la normativa. E dopo che si è investito in prodotti più puliti ed ecologici e nelle relative catene di montaggio, è più vantaggioso in termini economici produrre e distribuire tale prodotto in tutto il mondo, che mantenere la produzione di due linee per standard ambientali diversi.
Allo stesso modo, le scelte del consumatore possono esercitare un'influenza diretta sul modo in cui i marchi vengono etichettati, commercializzati e distribuiti. Quando Emma Ginger di MakesAChange, Gran Bretagna, esperta di consumo critico, suggerisce una fiera o un prodotto ecologico ad uno dei suoi clienti, lo fa con coscienza, dopo avere valutato le pratiche dell’azienda, le scelte in materia di imballaggio ed etichettatura, i materiali e i processi utilizzati nella produzione: in definitiva ogni aspetto dell’intero sistema, non ultimo il trattamento riservato ai contadini e ai lavoratori giornalieri nelle lontane Etiopia e Bangladesh. Come sostiene Emma Ginger, oggi la pratica di un design sostenibile non comporta solo la scelta di carote biologiche, provenienti dal commercio equo e solidale, imballate in plastica biodegradabile, adatta al compostaggio, specialmente se il fornitore, come accade per Tesco e Carrefour, ci attacca un’etichetta di metallo, non riciclabile e non biodegradabile. Il costo aggiuntivo dovuto all’imballaggio ecologico, adottato per soddisfare i desideri dell’acquirente oculato e sensibile all’ambiente, è del tutto sprecato a causa di un singolo atto finale di noncuranza.
Pertanto sostenibilità nelle pratiche del design significa che la sensibilità nei confronti dell’ambiente deve diventare un aspetto essenziale dei criteri del design a TUTTI i livelli dell’intero modello o processo di realizzazione del prodotto. Se l’imballaggio è riciclabile, ma le etichette non lo sono o se la stampante è a risparmio energetico e riciclabile, ma l’imballaggio è composto di una quantità smoderata ed inutile di polistirene e plastica, che cosa prova in ultima analisi il consumatore? Frustrazione nei confronti dei messaggi contraddittori e della stupidità e dello spreco espressi dal marchio scelto.
I designer sono consapevoli di poter preparare la strada verso un futuro più responsabile e sostenibile. Ciò di cui necessitiamo davvero oggi non è una serie di politiche governative sull’ambiente e sulle emissioni di carbonio, ma la determinazione da parte dell’intera industria del design ad affrontare tutti i problemi alla fonte. In termini di politiche. In termini di convinzione e per dare un segno di fiducia nel futuro.Fonte: http://www.torinoworlddesigncapital.it |