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La Sindone e il suo popolo

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domenica 28 ottobre 2007

L'immagine corporea visibile sulla Sindone è dettagliata, termicamente e chimicamente stabile ed è di un colore giallino che differisce da quello della stoffa di fondo solo per la maggiore intensità. Per un particolare effetto ottico-fisiologico ("inibizione neurale laterale"), essa è visibile a occhio nudo solo osservando da una distanza di almeno uno-due metri, mentre avvicinandosi sembra scomparire. Come scoprì Secondo Pia nel 1898, l'immagine è "al negativo", cioè i chiaroscuri sono invertiti rispetto a quelli naturali: infatti essa appare come "positiva" sul negativo fotografico acquisito in luce visibile. Si noti però che l'immagine appare come "positiva" su un positivo fotografico acquisito nell'infrarosso (8-14 micrometri)[1].

La colorazione interessa solo la parte più superficiale delle fibre di lino; l'interno delle fibre non è colorato. Inoltre la maggiore o minore intensità del colore nei vari punti dell'immagine è dovuta esclusivamente al maggiore o minore numero di fibre colorate, mentre le singole fibre hanno tutte la stessa intensità[2].

L'immagine secondo alcuni studiosi[3] è una sorta di proiezione verticale della figura dell'Uomo della Sindone: le proporzioni del corpo sono infatti quelle che si osservano guardando una persona direttamente o in fotografia, mentre l'immagine ottenuta stendendo un lenzuolo a contatto col corpo dovrebbe apparire distorta, ad esempio il viso dovrebbe apparire molto più largo. Secondo altri studiosi, l'immagine è causata da una radiazione non verticale, ma perpendicolare alla superficie del cadavere avvolto[4].

Quelle che appaiono come macchie di sangue corrispondono alla corretta posizione sul corpo delle numerose ferite, considerando un drappeggio della stoffa avvolgente l'intero corpo. Mentre l'immagine è in negativo, esse sono invece in positivo: infatti sul negativo fotografico appaiono come zone chiare. Inoltre sotto le macchie non vi è immagine: sembra quindi che quest'ultima si sia formata quando il lenzuolo era già macchiato.

Tridimensionalità

Nel 1977 due fisici dell'U.S. Air Force Academy, John P. Jackson ed Eric J. Jumper, scoprirono che se si esegue un "grafico" tridimensionale dell'immagine della Sindone, utilizzando come coordinata verticale la misura dell'intensità del colore nei vari punti, si ottiene una figura umana in rilievo in cui l'altezza relativa delle varie parti del corpo è rispettata: ad esempio il naso e le sopracciglia emergono rispetto al resto del volto, e le braccia e le mani rispetto al busto.

Applicando invece la stessa metodologia a una fotografia o a un dipinto, in genere si ottengono immagini fortemente distorte.

Ricerche più approfondite[5] hanno mostrato che la coordinata verticale corrisponde precisamente alla distanza tra un corpo umano e un lenzuolo disteso su di esso, che naturalmente per effetto della gravità si va ad appoggiare sulle parti più sporgenti del corpo (naso, fronte, braccia, ginocchia etc.) mentre rimane sospeso sopra le parti rientranti (cavità oculari, guance, ascelle etc.).

Monete sugli occhi

Secondo gli studi di Francis L. Filas e di Alan e Mary Whanger, sulle palpebre vi sarebbero due piccoli oggetti tondeggianti che essi hanno identificato come monete coniate da Ponzio Pilato negli anni 29-32.

Sull'occhio destro Filas e gli Whanger riconoscono un bastone ricurvo chiamato lituus e le quattro lettere UCAI. L'iscrizione sulle monete recita "ΤΙΒΕΡΙΟΥ ΚΑΙΣΑΡΟΣ" (Tiberio Cesare in greco), ma Filas ha trovato degli esemplari con la variante "ΤΙΒΕΡΙΟU CΑΙΣΑΡΟΣ", le cui lettere centrali corrispondono a quelle leggibili sulla Sindone (in greco si può scrivere sia Y che U, mentre la sostituzione K-C è un errore originato presumibilmente dal fatto che la lettera greca K corrisponde alla lettera latina C).

Alan Whanger ha confrontato l'immagine della Sindone con quella di una moneta procurata da Filas e trovato che corrispondono in modo talmente preciso che egli ipotizza che le due monete siano state coniate sullo stesso stampo[6].

Sull'occhio sinistro invece vi sarebbero le lettere ARO e delle spighe. In questo caso si tratterebbe di una moneta coniata in onore di Giulia, madre di Tiberio.

Recentemente Pier Luigi Baima Bollone e Nello Balossino hanno annunciato di aver identificato un'altra moneta (anche questa in onore di Giulia) sul sopracciglio sinistro.

L'usanza, tra gli ebrei del tempo, di porre delle monete sugli occhi del defunto (forse per tenere chiuse le palpebre) è stata confermata da alcuni recenti ritrovamenti archeologici.

Altri studiosi contestano queste ricerche affermando che la definizione minima dell'immagine della Sindone è di mezzo cm, per cui non sarebbe possibile identificare particolari così piccoli[7] e le "monete" sarebbero solo frutto di illusioni ottiche da parte degli osservatori che vedrebbero quello che si aspettavano di vedere.

Alcuni hanno poi suggerito che si tratti di immagini spurie generate da irregolarità delle lastre fotografiche, mentre sulla Sindone esse non sarebbero in realtà presenti. In effetti nelle fotografie più recenti, ad esempio quelle scattate nel 1978, non sono visibili. Gli Whanger rispondono che le stesse immagini sono presenti sia sulle foto di Pia del 1898, sia su quelle di Enrie del 1931, e ipotizzano che la loro "scomparsa" successiva sia dovuta allo spostamento di alcuni fili del tessuto, avvenuto forse quando la Sindone è stata distesa durante l'ostensione televisiva del 1973.

Altri oggetti

Alan e Mary Whanger hanno identificato anche immagini di fiori e di numerosi oggetti ai lati dell'immagine corporea[6]. Si tratta di immagini molto deboli, visibili generalmente solo in fotografie trattate per aumentare il contrasto; tuttavia Avinoam Danin ha osservato direttamente alcuni dei fiori sulla Sindone durante l'ostensione del 1998.

Danin, botanico israeliano esperto della flora palestinese, ha identificato ben 28 specie diverse: secondo i suoi studi, l'unico luogo al mondo in cui esse sono presenti tutte insieme è una ristretta area tra Gerusalemme e Gerico. Molte di queste specie corrispondono inoltre a quelle dei pollini identificati da Max Frei [8].

Per quanto riguarda gli altri oggetti, gli Whanger affermano di riconoscere tutti i tradizionali "strumenti della Passione": i chiodi, una lancia, una spugna, e inoltre una corda, un paio di pinze, e altro ancora. Essi ritengono che tutti questi oggetti siano stati posti nel sepolcro con Gesù perché macchiati del suo sangue: le usanze ebraiche, tuttora valide, prevedono infatti che il sangue del defunto, per quanto possibile, venga sepolto insieme con lui. I fiori invece sarebbero stati usati per coprire con i loro profumi l'odore della decomposizione.

Gli Whanger hanno riscontrato che gli Strumenti della Passione sono dipinti su numerose raffigurazioni della Crocefissione soprattutto nel periodo successivo al 1350, quando la Sindone fu esposta a Lirey, e hanno spesso la stessa configurazione delle immagini sulla Sindone. Essi ipotizzano che, a causa del progressivo lento ingiallimento del lino (probabilmente accelerato dall'incendio del 1532), a quel tempo l'immagine sindonica fosse più chiaramente visibile di oggi, e questi oggetti siano stati osservati su di essa e ricopiati dai pittori.

I loro ritrovamenti sono però visti con scetticismo anche da diversi sindonologi favorevoli all'autenticità. Valga ad esempio l'ironico commento di Ray Rogers: "Molti osservatori guardano l'immagine per così tanto tempo che iniziano a vedere delle cose che altri non vedono."[9]

L'immagine posteriore

Nel restauro del 2002, durante la sostituzione della tela di rinforzo su cui la Sindone è cucita, si è colta l'occasione per fotografare l'altra faccia del lenzuolo, normalmente nascosta da tale tela. Le fotografie hanno rivelato che anche sul retro della Sindone è presente un'immagine, ma molto più debole e confusa di quella sul dritto. In particolare sul retro della Sindone è visibile l'immagine del volto e probabilmente delle mani, ma non è visibile un'immagine in corrispondenza dell'impronta dorsale dell'Uomo[10]. Dato che almeno in corrispondenza del volto esiste un'immagine superficiale sul lato visibile della Sindone e contemporaneamente esiste un'immagine superficiale sul retro, si deve parlare di "doppia superficialità" dell'immagine corporea.

Ipotesi sulla formazione dell'immagine

Sono state avanzate diverse ipotesi per spiegare la formazione dell'immagine sindonica. Allo stato attuale delle conoscenze, tuttavia, nessuna di esse appare soddisfacente.

Pittura

L'ipotesi che l'immagine sia dipinta fu sottoposta a verifica dagli studiosi dello STURP (Shroud of TUrin Research Program), che nel 1978 esaminarono la Sindone e prelevarono alcuni campioni. La maggior parte di essi escluse categoricamente, in base ai risultati di diverse analisi (spettrometria all'ultravioletto, all'infrarosso e alla luce visibile; fluorescenza ai raggi X; applicazione di vari reagenti; spettrometria di massa), la presenza di pigmenti di qualunque tipo. Inoltre l'esame della trasformata di Fourier dell'immagine mostrò che essa non possiede alcuna direzionalità, come dovrebbe necessariamente avere se fosse stata dipinta con un pennello.

La sola voce dissonante fu quella di Walter McCrone, che affermò di aver trovato i resti di una pittura a base di ocra rossa (ossido di ferro), fissata con un legante a base di proteine animali. John H. Heller e Alan D. Adler rilevarono però che il reagente usato da McCrone per individuare le proteine (nero d'amido) colora anche la stessa cellulosa del lino. Usando reagenti più specifici essi esclusero la presenza di proteine al di fuori delle macchie di sangue. Quanto all'ossido di ferro, esso risultò presente in percentuale molto piccola e soltanto in parti del lenzuolo dove non è impressa l'immagine.

Inoltre molti affermano che un artista del XIV secolo o precedente non poteva assolutamente, per ragioni sia tecniche che stilistiche, realizzare un dipinto con le caratteristiche della Sindone. Una trattazione particolarmente approfondita di questo tema è quella della pittrice Isabel Piczek[11].

Strinatura

Un'altra ipotesi è quella che l'immagine della Sindone sia stata realizzata per strinatura, cioè bruciando superficialmente il tessuto, probabilmente per contatto con una statua o un bassorilievo riscaldato a temperature dell'ordine dei 200 °C (sufficiente a produrre bruciature visibili, ma non ad incendiare il lenzuolo). Alcuni studiosi sono riusciti, con una tecnica simile, a produrre delle immagini dall'aspetto piuttosto simile al volto dell'Uomo della Sindone.

Tuttavia le caratteristiche microscopiche di queste immagini sono ben diverse. Le strinature infatti penetrano all'interno delle fibre in proporzione alla temperatura; l'immagine sindonica invece è causata dall'ingiallimento soltanto della porzione superficiale di ciascuna fibra, mentre l'interno rimane chiaro. Inoltre i segni delle strinature sono fluorescenti all'infrarosso, mentre l'immagine della Sindone non lo è (lo sono invece le bruciature provocate dall'incendio del 1532).

Un ulteriore problema rispetto a questa ipotesi è dato dal fatto che, come riscontrato da Heller e Adler, non vi è immagine al di sotto delle macchie di sangue. Si deve quindi ritenere che queste fossero già presenti sul lenzuolo quando l'immagine si è prodotta. Sia che siano costituite da vero sangue, sia che siano state realizzate con altre sostanze, esse avrebbero dovuto alterarsi alle temperature necessarie per produrre le strinature.

Irradiazione

Alcuni studiosi hanno suggerito che l'immagine sia stata prodotta da un flusso di energia radiante (un lampo di luce oppure un flusso di protoni o neutroni).

Anzitutto va osservato che nessun meccanismo naturale noto avrebbe potuto produrre questo flusso di energia; occorrerebbe quindi postulare un evento miracoloso (la Sindone costituirebbe perciò una "prova" della Risurrezione di Cristo), quindi non riproducibile e non verificabile scientificamente.

Inoltre, anche questa ipotesi non spiega le caratteristiche microscopiche dell'immagine. Una radiazione di qualunque natura, infatti, sarebbe penetrata ortogonalmente nel tessuto, attenuandosi esponenzialmente con la distanza dalla superficie; nella Sindone invece la colorazione, come già detto, appare soltanto sulla superficie delle singole fibre. Inoltre la radiazione avrebbe anche degradato la struttura molecolare della cellulosa del lino, che invece appare intatta.

Fotografia

Alcuni hanno ipotizzato che l'immagine sia stata realizzata con una primitiva tecnica fotografica, imprimendo sul lenzuolo l'immagine di un modello appositamente realizzato (un cadavere o una statua). Anche questa ipotesi però, come le precedenti, non spiega la colorazione superficiale delle fibre del lino.

Inoltre non esistono tracce storiche della conoscenza e dell'uso di tecniche fotografiche prima del XIX secolo: nel basso Medioevo era nota la camera oscura, ma questa poteva solo proiettare un'immagine, non imprimerla in modo indelebile su una superficie. Per imprimerla è necessario l'uso di sostanze fotosensibili (ad esempio il nitrato d'argento); la Sindone avrebbe dovuto essere spalmata o impregnata con questi materiali, ma le analisi non ne hanno trovata traccia.

La camera oscura, poi, prima del XVI secolo non era dotata di lente (l'idea è attribuita a Leonardo da Vinci), quindi per ottenere un'immagine a fuoco bisognava usare un foro molto piccolo. Di conseguenza l'illuminazione sarebbe stata molto ridotta e avrebbe richiesto un tempo di posa lunghissimo, di diverse ore se non addirittura di giorni (da raddoppiare per "scattare" le due immagini, frontale e dorsale). Sarebbe stato estremamente difficile, con la tecnologia disponibile nel XIV secolo, mantenere un'illuminazione uniforme e costante del modello per tutto il tempo necessario. Inoltre se come modello si fosse usato un cadavere, questo si sarebbe probabilmente decomposto durante l'esposizione.

Reazioni chimiche

Per primo Paul Vignon, all'inizio del XX secolo, avanzò una teoria che egli definì "vaporografica", secondo la quale l'immagine sindonica sarebbe il risultato di reazioni chimiche tra il tessuto, gli aromi (mirra e aloe) di cui, secondo le usanze ebraiche e il testo dei Vangeli, la Sindone doveva essere impregnata, e i vapori di ammoniaca prodotti dalla decomposizione del cadavere avvolto nel lenzuolo.

Più recentemente, il chimico statunitense Raymond Rogers[12] e Anna Arnoldi hanno ripreso questa ipotesi[13] e hanno riferito di aver ottenuto un ingiallimento superficiale delle fibre di lino, proprio come nella Sindone. La causa dell'ingiallimento sarebbe la reazione chimica (reazione di Maillard) tra i vapori d'ammoniaca e alcune impurità (zuccheri polisaccaridi) presenti sulla superficie del lino antico a motivo della particolare tecnica di lavorazione usata (descritta da Plinio il Vecchio).

Tuttavia rimangono alcune questioni irrisolte, tra le quali come abbia potuto formarsi un'immagine così netta e dettagliata come quella sindonica, dal momento che il vapore diffonde in tutte le direzioni.

Effetto corona

L'effetto corona è un tipo di scarica elettrica caratterizzato dalla ionizzazione del fluido conduttore (generalmente aria), con produzione di plasma. Esperimenti effettuati hanno dimostrato la formazione di immagini dettagliate e con le caratteristiche di doppia superficialità dell'immagine sindonica[14].

Tuttavia non è chiaro come avrebbe potuto prodursi il campo elettrico necessario a generare la scarica. È stato suggerito che un terremoto (come quello che, secondo i Vangeli, avvenne alla morte di Gesù) potrebbe generare un campo elettrico se nel sottosuolo sono presenti strati di rocce piezoelettriche, ad esempio il quarzo; la presenza di radon in un ambiente chiuso, quale una tomba, può inoltre abbassare la soglia di potenziale oltre la quale si verifica la scarica[15]. Le prospezioni geologiche però non hanno trovato strati di quarzo nel sottosuolo di Gerusalemme.

Esame del sangue

I primi esami sulle presunte macchie di sangue furono condotti nel 1973 da G. Frache, E. Mari Rizzati ed E. Mari, membri della commissione scientifica nominata dal cardinale Pellegrino, su due fili di tessuto sindonico. I risultati furono negativi[16]. Secondo Michael Adgé, l'esito negativo si deve alla presenza di aloe, che avrebbe neutralizzato l'effetto del reagente, e non già all'effettiva assenza di sangue[17]. Secondo John H. Heller, invece, gli esami fallirono perché i trattamenti chimici usati non riuscirono a sciogliere il sangue nella soluzione[18]. Esami microscopici effettuati da Guido Filogano e Alberto Zina non rilevarono la presenza di globuli rossi o di altri corpuscoli del sangue[19].

Nel 1978 vennero prelevati dei campioni di tessuto più consistenti, che furono studiati dall'italiano Pier Luigi Baima Bollone e, indipendentemente, dagli statunitensi John H. Heller e Alan D. Adler. Sia l'uno che gli altri annunciarono nel 1981 di aver dimostrato la presenza di sangue sui campioni. Heller e Adler inoltre trovarono che gli aloni intorno alle macchie di sangue sono composti da siero. Quest'ultima scoperta è stata confermata anche da studi su fotografie all'ultravioletto.

Successivamente Baima Bollone dichiarò che il sangue è sangue umano di gruppo AB positivo: questo gruppo è presente nel 5% della popolazione mondiale, ma la percentuale si alza fino al 15% presso le popolazioni mediorientali. Baima Bollone trovò inoltre un globulo rosso e alcune cellule epidermiche.

Egli ritiene di aver così dimostrato che le macchie di sangue si siano formate per contatto diretto con l'uomo avvolto nel lenzuolo. Altri studiosi hanno suggerito invece che la presenza di sangue potrebbe essere dovuta a tentativi di ravvivare l'immagine effettuati durante i secoli; non esistono però riscontri documentali di simili interventi.

Nel 1980 il chimico Walter McCrone affermò che i suoi studi effettuati su nastri fornitagli dalla commissione (al tempo rifiutati dallo STURP e pubblicati autonomamente) dimostravano, al contrario, che sia l'immagine sia le macchie di sangue presentavano tracce di ocra rossa, cinabro (solfuro di mercurio, un colorante rosso molto diffuso nel medioevo) e alizarina (un pigmento rosato di origine vegetale). Le sue affermazioni sono però state smentite dagli altri scienziati dello STURP (vedi sopra).

Esame del Carbonio 14

Il più celebre esame compiuto sulla reliquia, per la grande risonanza che ha avuto sui mezzi d'informazione, è la datazione eseguita nel 1988 con la tecnica radiometrica del Carbonio 14[20]. Secondo il risultato dell'esame, eseguito separatamente da tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo) su un campione di tessuto prelevato appositamente, il lenzuolo va datato nell'intervallo di tempo compreso tra il 1295 e il 1360. Questa datazione corrisponde al periodo in cui si ha la prima documentazione storica che si riferisca con certezza alla Sindone di Torino (1353).

A detta di certi studiosi, il risultato dell'esame del Carbonio 14 chiude definitivamente la discussione sull'autenticità della Sindone. Altri invece ritengono comunque possibile una datazione al I secolo: per spiegare l'esito contrario dell'esame, c'è chi ha criticato le modalità di esecuzione, altri invece hanno avanzato delle ipotesi che giustificherebbero un risultato anomalo. Allo stato attuale tuttavia nessuno è stato ancora in grado di dimostrare scientificamente la falsità dei risultati, ma solamente che l'intervallo di tempo determinato non corrisponde ad un livello di confidenza del 95%.

Esame medico-legale

Le ferite

Sulla Sindone sono presenti i coaguli di circa 120 lesioni lacero-contuse distribuite lungo il corpo che possono essere state causate dal flagrum, il flagello romano. In corrispondenza del cuoio capelluto si notano numerose impronte puntiformi e tondeggianti che potrebbero essere correlabili a ferite da punta provocate da una corona di spine (ma non si hanno notizie storiche di una simile usanza, per cui non si conosce come questa corona avrebbe potuto essere composta) e da tali ferite si dipartono diverse colature di sangue. Secondo alcuni critici le colature sarebbero comunque irrealistiche, dato che il sangue colando avrebbe impastato i capelli, dando vita a macchie più indistinte[21].

Cause della morte

Il problema delle cause della morte per crocefissione è stato studiato scientificamente solo a partire dalla prima metà del XX secolo. Si ritiene oggi che la morte sopravvenisse per il concorso di una progressiva asfissia, provocata dall'immobilizzamento del torace, e di un collasso ortostatico, causato dal ristagno del sangue nelle parti inferiori del corpo. Entrambi questi effetti sono provocati dalla prolungata sospensione del corpo appeso per le mani (più precisamente per i polsi).

Il medico tedesco Hermann Mödder ha compiuto alcune prove sperimentali su sé stesso e sui suoi collaboratori, e ha riscontrato che sospendendo il soggetto per i polsi, senza altri appoggi, nel giro di 6-12 minuti si ha perdita di conoscenza. Se invece il soggetto ha la possibilità di appoggiarsi sui piedi, anche a intervalli (negli esperimenti si alternarono tre minuti di sospensione a tre minuti di appoggio), non si riscontra alcun sintomo per tempi molto più lunghi.

Questi risultati confermano quanto riportato dai Vangeli:

  • Pilato si stupì che Gesù fosse morto dopo sole tre ore; se ne deduce che di norma i crocifissi sopravvivevano molto più a lungo. Alcuni autori antichi (tra cui Eusebio di Cesarea e Origene) affermano che talvolta essi vivevano fino al giorno successivo.
  • spezzando le gambe ai crocifissi se ne provocava la rapida morte: in questo modo infatti veniva a mancare la possibilità di appoggiarsi ai piedi.

I Vangeli riportano poi altri elementi specifici alla morte di Gesù:

  • Gesù rimase cosciente fino all'ultimo, e spirò dopo aver gettato un forte grido.
  • a Gesù non vennero spezzate le gambe, perché era già morto.
  • per accertarne la morte, un soldato colpì il fianco di Gesù con la lancia, e "subito ne uscì sangue e acqua". Questo fatto doveva essere assolutamente inusuale, perché l'evangelista Giovanni si premura di assicurare con enfasi di esserne stato lui stesso testimone oculare (Giovanni 19,34-35).

Sulla base di questi elementi, nel 1847 il medico britannico William Stroud pubblicò l'ipotesi che Gesù sia morto per rottura del cuore. In questo modo infatti la morte è immediata e una cospicua quantità di sangue si raccoglie nel sacco pericardico, suddividendosi poi per effetto della gravità in parte corpuscolata ("sangue") e siero ("acqua"). Perforando il sacco, queste componenti fuoriescono tumultuosamente e rimanendo separate.

La rottura del cuore, secondo la letteratura medica, si verifica soltanto quando esso viene trafitto (non è il caso di Gesù, poiché il colpo di lancia fu inferto solo dopo la morte) o a seguito di un infarto. Alcuni autori hanno perciò suggerito che egli abbia subito un infarto durante l'agonia nell'orto del Getsemani.

Altri, tra cui Pierluigi Baima Bollone, ritenendo improbabile che Gesù potesse sopravvivere alle violenze subite e al trasporto della croce dopo un evento infartuale, considerano più probabile un emotorace provocato dai colpi subiti nella zona toracica: il sangue si sarebbe quindi versato nella cavità pleurica.

In entrambi i casi, l'immagine dell'Uomo della Sindone corrisponde perfettamente al quadro sopra delineato:

  • vi sono evidenti segni di sofferenza da asfissia: i muscoli respiratori, quali i pettorali, sono fortemente rigonfi, fissati in tale posizione dalla rigidità cadaverica.
  • la ferita al costato è di forma e dimensione (circa 4 cm di larghezza) compatibile con un colpo di lancia, e ha le caratteristiche di una lesione inferta post-mortem. La posizione indica che l'arma penetrò fra la sesta e la settima costola, raggiungendo la base del cuore.
  • la colatura di sangue da questa ferita non scende verticalmente, ma si allarga, confermando l'ipotesi di una fuoriuscita violenta. Intorno al sangue vi è un alone di siero (l'"acqua").
  • non vi sono segni che le gambe siano fratturate.

Altri esami

La statura

Fin dai secoli passati si è tentato di misurare, attraverso la Sindone, la statura di Gesù. I Savoia usavano donare agli ospiti dei nastri la cui lunghezza corrispondeva all'altezza dell'Uomo della Sindone, misurata in 183 cm. Esattamente la stessa altezza è indicata dallo storico bizantino Niceforo Callisto nel XIV secolo: questo può essere considerato un indizio a sostegno dell'ipotesi che la Sindone di Torino sia la stessa che si conservava a Costantinopoli fino al 1204.

Le misurazioni moderne hanno dato risultati lievemente differenti: l'altezza dell'immagine sindonica, dal tallone alla sommità del capo, è di 184 cm secondo G. Judica Cordiglia, di 188 cm secondo Luigi Gedda. A questi valori gli studiosi sottraggono 3 cm, poiché il corpo umano, disteso orizzontalmente, si allunga leggermente perché la colonna vertebrale si distende. Inoltre l'altezza va ulteriormente diminuita per compensare possibili avvolgimenti o pieghe del lenzuolo sul corpo: vi sono diversi pareri sull'entità di questa seconda correzione. Verso il 1940 Giulio Ricci, spinto forse dall'intenzione di far rientrare l'Uomo della Sindone nei presunti canoni della "razza ebraica", la stimava addirittura in 24 cm, ottenendo una statura di 163 cm. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati di questo problema ritiene esagerata questa correzione: essi calcolano la statura dell'Uomo della Sindone tra i 178 e i 185 cm.

Esame palinologico

Nel 1973 il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, direttore della polizia scientifica di Zurigo, con dei nastri adesivi ha prelevato dalla superficie della Sindone dei campioni di polvere e pollini, che poi ha studiato al microscopio elettronico.

Nel 1976 ha pubblicato i risultati delle sue analisi: egli ha riscontrato la presenza di pollini di alcune decine di specie vegetali, tra le quali alcune che crescono soltanto in Palestina: Suaeda baccata, Tamarix macrocarpa, Artemisia herba alba, Anabasis aphylla, Haloxylon persicum, e altre specifiche dell'Asia minore: Quercus pseudococcifera, Linum mucronatum, Roemeria hybrida, Glautium grandiflorum, Onosma gigantea. Inoltre diverse altre specie che crescono in tutta l'area mediterranea. Frei ha aggiunto: "il polline più frequente sul lenzuolo è identico a quello rinvenuto nei sedimenti del lago di Genezaret in strati che risalgono a duemila anni fa".

Frei ne ha dedotto che la Sindone ha soggiornato sia in Palestina che in Turchia, oltre che in Francia e Italia, il che concorda con la ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo.

Dopo la morte di Frei (1983), il suo lavoro è stato criticato pesantemente da alcuni. Secondo quanto riferito da Joe Nickell, membro del CSICOP (l'organismo di cui il CICAP è la branca italiana), Walter McCrone, che ha esaminato i nastri di Frei, afferma che uno solo di essi contiene quantità significative di pollini, il che gli fa sospettare che sia stato manipolato[22]. Tuttavia i nastri di Frei sono stati esaminati anche dall'archeologo Paul C. Maloney e dal palinologo israeliano Uri Baruch, che al contrario hanno confermato i risultati annunciati da Frei[23].

Già nel 1977, inoltre, P. Baima Bollone, Coero-Borga e Morano hanno confermato di aver trovato, in uno studio col microscopio elettronico a scansione su alcuni fili della Sindone, alcuni dei pollini trovati da Frei.

Il botanico Avinoam Danin, in collaborazione con Baruch, ha studiato la distribuzione dei pollini nell'area palestinese e ha localizzato il probabile sito di provenienza della Sindone in una zona molto ristretta nei pressi di Gerusalemme.

Esame del tessuto

Il tessuto della Sindone è stato esaminato da Virgilio Timossi, Silvio Curto (direttore del Museo egizio di Torino) e altri. Esso è di lino filato a mano: le fibre presentano infatti irregolarità tipiche della lavorazione manuale. Esse sono intrecciate con torcitura "Z", cioè in senso orario: questa torcitura è stata riscontrata in tessuti antichi dell'area siro-palestinese, mentre in Egitto si utilizzava la torcitura "S", in senso opposto.

La tessitura è del tipo tre-a-uno e a "spina di pesce", col filo trasversale disposto diagonalmente: anche questa tecnica è stata riscontrata in tessuti siro-palestinesi, mentre in Egitto si utilizzava normalmente la trama ortogonale. Tuttavia anche in Egitto si sono trovati talvolta tessuti a spina di pesce: secondo Franco Testore questa trama era già nota nel 3400 a.C..

Glibert Raes ha trovato nel tessuto della Sindone alcune fibre di cotone (Gossypium herbaceum) intrecciate al lino: presumibilmente il telaio usato per realizzare la Sindone era stato precedentemente utilizzato per tessere del cotone. Nessuna traccia invece di lana. Queste risultanze sono compatibili con l'ipotesi di un'origine palestinese: all'epoca di Cristo il cotone era coltivato nel Vicino Oriente (ma non in Europa), e l'assenza della lana si può attribuire alla legge mosaica che prescriveva di tenere separati i due tipi di tessuto (Deuteronomio 22,11).

Esame delle polveri 

Giovanni Riggi, Joseph Kohleck e Ricardo Levi-Setti hanno studiato campioni della polvere presente sul lenzuolo. Essa è particolarmente abbondante nella regione dei piedi: in base a questo si può ipotizzare che l'Uomo della Sindone abbia camminato scalzo.

Riggi trovò una composizione chimica simile a quella della polvere trovata su teli funerari egiziani, che suggerisce l'uso di natron, un composto usato per l'inumazione dei cadaveri. Kohlbeck e Levi-Setti trovarono abbondante carbonato di calcio sotto forma di aragonite con tracce di stronzio e ferro; e rilevarono una composizione molto simile in campioni di carbonato di calcio prelevati a Gerusalemme[24].

Datazione chimica

Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo Rogers la vanillina, presente nella lignina della cellulosa del lino e che si consuma spontaneamente ad un ritmo molto lento col passare del tempo, avrebbe dovuto essere presente nel tessuto della Sindone se questo fosse medievale (così come era presente nella tela d'Olanda), mentre la sua assenza indicherebbe un'età maggiore.

In base a una stima preliminare pubblicata da Rogers nel 2005[25], la datazione della Sindone sarebbe compresa all'incirca tra il 1000 a.C. e il 700 d.C.. Rogers usa l'Equazione di Arrhenius per stimare il tempo necessario perché si perda il 95% della vanillina, ottenendo 1319 anni considerando una temperatura costante di 25 °C, 1845 anni ad una temperatura di 23 °C e 3095 anni ad una temperatura di 20 °C, considerando queste temperature delle stime ragionevoli della temperature con cui la Sindone è stata conservata.

Diversi studiosi hanno fatto notare che la vanillina si consuma molto più velocemente con l'aumentare della temperatura e suggerito alcuni scenari per cui i 25 °C/23 °C/20 °C costanti ipotizzati da Rogers nella sua stima sarebbero un'approssimazione troppo imprecisa:

  • Un incremento di soli 5 °C rispetto ai 25 °C ipotizzati da Rogers, portando la temperatura a 30 °C, porterebbe il tempo necessario a consumare il 95% della vanilllina a soli 579 anni. Tuttavia è inverosimile che la Sindone sia stata conservata per sei secoli ad una temperatura costante di 30 °C o dei 25 °C ipotizzati da Rogers, giorno e notte, estate e inverno e la temperatura media annua a Torino è inferiore ai 15 °C.
  • L'esposizione del telo al calore prodotto dalle torce durante le ostensioni avrebbe potuto produrre un decadimento accelerato della vanillina[26]. Tuttavia sommando la durata di tutte le ostensioni documentate si arriva soltanto a pochi mesi: anche considerando un intero anno, perché questo effetto da solo abbia consumato il 95% della vanillina la Sindone avrebbe dovuto essere riscaldata a oltre 75 °C, una temperatura assurda.
  • Le alte temperature a cui è stata esposta la Sindone durante l'incendio del 1532 potrebbero aver consumato molto rapidamente la vanillina: ad esempio con una temperatura di 200 °C si sarebbe consumata in meno di 7 minuti. Rogers nel suo articolo ha considerato e scartato questa ipotesi sostenendo che, poiché il lino ha una conducibilità termica molto bassa, le parti del lenzuolo lontane dalle bruciature non possono aver raggiunto temperature così alte.

Rimarrebbe poi da spiegare come mai nei campioni usati per l'esame del Carbonio 14 la vanillina, secondo Rogers, non si sarebbe consumata.

Purtroppo Rogers è morto nel marzo 2005, prima di poter calcolare un risultato più preciso o rispondere alle critiche che sono state mosse al suo metodo di datazione.

Stima delle probabilità

Nel 1902 Yves Delage, professore di anatomia comparata alla Sorbona[17], presentò all'Académie des Sciences una relazione in cui, esaminando i fatti allora noti sul lenzuolo e sulle caratteristiche fisiche e anatomiche dell'immagine, calcolava che la probabilità che la Sindone non fosse il lenzuolo funebre di Gesù era inferiore a uno su 10 miliardi.

L'indagine ebbe uno strascico polemico tale che non fu nemmeno inserita negli atti ufficiali dell'Accademia.

Stupito dalle conseguenze delle sue affermazioni, Delage, agnostico dichiarato, commentò:

« Riconosco di buon grado che nessuno di questi argomenti presenta in sé il carattere di una dimostrazione irrefutabile; bisogna anche riconoscere, però, che la loro somma costituisce un insieme imponente di probabilità, alcune delle quali molto vicine all'essere provate.
Si è introdotta senza necessità una questione religiosa in un problema che, in sè, è puramente scientifico. Se si trattasse, anziché di Cristo, di un Sargon, di un Achille o di un faraone, nessuno avrebbe pensato a fare obiezioni. [...]
Io riconosco Cristo come personaggio storico e non capisco che possa esserci qualcuno che trova scandaloso se tuttora esistono tracce materiali della sua vita terrena. »

Negli anni '70 Bruno Barberis, docente dell'Università di Torino e attuale direttore del centro internazionale di Sindologia, ha ripetuto il calcolo introducendo nuovi dati nel frattempo scoperti. La probabilità da lui stimata è di 1 su 200 miliardi.

1 su 200 miliardi?

Il risultato di Barberis è stato ottenuto basandosi su sette argomentazioni estremamente semplici che accomunano l'uomo della Sindone con quello del racconto della Passione, alle quali ha attribuito alcuni valori di probabilità:

  • Entrambi sono stati avvolti in un lenzuolo funebre dopo la crocifissione'. Secondo la prassi i morti in croce non venivano sepolti ma lasciati decomporre. Il luogo della crocifissione di Gesù era detto Golgota, ovvero Cranio, proprio perché cosparso di resti umani. Inoltre in tutto il mondo è stata trovata soltanto una tomba in tutto di un uomo crocifisso. Probabilità: una su cento.
  • Entrambi i condannati sono stati deposti dalla croce e avvolti nel lenzuolo senza essere lavati e unti. Questo accadde anche a Gesù in quanto l’imminente Pasqua ebraica imponeva l’interruzione di ogni lavoro manuale. Probabilità: una su venti.
  • A entrambi è stato posto sul capo una corona di spine. Non esiste un solo documento storico che ricorda tale usanza. Probabilità: una su cinquemila.
  • Entrambi hanno portato sulle spalle il patibulum prima della crocifissione. Questa accadeva solo a volte. Probabilità: una su due.
  • La modalità di fissaggio di mani e piedi alla croce è simile. Non esisteva un’unica modalità. Probabilità: una su due.
  • L’uomo della Sindone è stato ferito al costato. Il Vangelo di Giovanni (19,33-34) indica che anche Gesù subì la stessa sorte, mentre di solito ai condannati venivano spezzate le gambe come estremo gesto di pietà. Probabilità: forse una su dieci.
  • L’Uomo della Sindone non presenta segni di decomposizione, dunque il lenzuolo ha avvolto il cadavere per un periodo non molto lungo ma sufficiente per la formazione dell’immagine. Se il vangelo dice il vero, dal momento della morte di Gesù alla sua Resurrezione passarono circa trenta ore: coincidenza straordinaria. Probabilità: una su cinquecento.

Risultato: 1/100 x 1/20 x 1/5000 x 1/2 x 1/2 x 1/10 x 1/500 = 1/200000000000. Ovvero il 99,9999999995%.

Grazie a questo calcolo, basato su valori di probabilità da lui stimati arbitrariamente in linea con gli studi avvenuti precedentemente, Barberis ha quindi sostenuto che, su duecento miliardi di ipotetici morti crocifissi, soltanto uno può aver avuto le caratteristiche comuni sia all'uomo di cui è descritta la Passione nel Vangelo sia all'uomo della Sindone, ovvero Gesù[27].

Barberis con questo studio sottolinea come l'Uomo della Sindone è stato crocifisso con delle modalità che si discostano di molto rispetto a quelle di una tipica crocifissione romana, la quale aveva una prassi ben definita e codificata. Modalità che si differenziano ancora maggiormente rispetto a quelle tramandate dall'iconografia tradizionale e a quelle tipiche di una sepoltura ebraica.

Infine, lo stesso calcolo eseguito oggi, considerando anche altri ritrovamenti che sono stati annunciati nel frattempo (ad esempio le monete sugli occhi), potrebbe verosimilmente dare una probabilità ancora più alta.

Le piegature della Sindone

Aldo Guerreschi e Michele Salcito hanno studiato le bruciature prodotte dall'incendio del 1532 per determinare in quale modo la Sindone era piegata[28]. In base alla disposizione simmetrica delle bruciature, risulta che la Sindone era piegata due volte in lunghezza e due in larghezza, a formare 16 strati, e un lato era ripiegato per un'altra volta ancora, a formare 32 strati. Guerreschi e Salcito propongono inoltre che le bruciature, di forma triangolare, non siano dovute a gocce d'argento fuso, che avrebbero prodotto bruciature circolari, ma ad un lato del reliquiario che durante l'incendio sarebbe collassato sul lenzuolo.

Da questo studio, inoltre, è emerso un fatto inaspettato: mentre i piccoli aloni vicino alle bruciature hanno la stessa disposizione simmetrica, e quindi sono stati presumibilmente prodotti dall'acqua usata per spegnere l'incendio, gli aloni più grandi, che si estendono anche su parte dell'immagine corporea, sono disposti secondo assi di simmetria differenti. Si deve quindi ritenere che questi aloni si siano prodotti in un'altra occasione, precedente all'incendio, quando la Sindone era piegata diversamente. In questo caso Guerreschi e Salcito calcolano una piegatura a 52 strati: prima la Sindone era stata piegata per due volte nel senso della larghezza, e poi la lunga striscia così ottenuta era stata piegata "a fisarmonica" in 13 parti (13x4=52), ottenendo dei riquadri di circa 32x34 cm. Essi ipotizzano che la Sindone così ripiegata venisse conservata in posizione verticale, infilata in una giara o altro recipiente simile; gli aloni sarebbero stati prodotti da uno strato d'acqua che si sarebbe accumulata sul fondo della giara. Negli scavi di Qumran è stata ritrovata una giara di dimensioni e forma compatibili con questa ipotesi.

Un'altra piegatura ancora corrisponde ai gruppi di quattro piccoli fori di bruciature disposti a L che si trovano ai lati dell'immagine (i cosiddetti "poker holes"). In questo caso la Sindone doveva essere piegata soltanto in quattro. Non si conosce l'origine di questi fori, ma sono certamente precedenti all'incendio del 1532, perché compaiono in una copia della Sindone dipinta nel 1516 e, secondo alcuni studiosi, anche in una miniatura del tardo XII secolo. Jack Markwardt ha ipotizzato che questi fori risalgano all'assedio di Edessa del 544[29].

Infine, secondo l'ipotesi di Ian Wilson che identifica la Sindone con il Mandylion, nei secoli in cui il telo era conservato a Edessa questo doveva essere ripiegato tre volte nel senso della lunghezza, formando così otto strati: ne risultava un riquadro di circa 110x55 cm nel quale il volto di Gesù appariva al centro.

Il restauro del 2002 

Nel 2002 la Sindone è stata sottoposta ad un intervento di restauro conservativo: sono stati rimossi i lembi di tessuto bruciato nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicato nel 1534 è stato sostituito. Il lenzuolo inoltre è stato stirato meccanicamente per eliminare le pieghe e ripulito dalla polvere; a seguito della stiratura le dimensioni della Sindone sono aumentate di circa 5 cm in lunghezza e 2 cm in larghezza.

Le modalità del restauro sono state criticate da diversi studiosi[30]. Essi hanno criticato il fatto che non si sia colta l'occasione per eseguire nuovi esami: in particolare si sarebbe potuto ripetere il test del Carbonio 14 sui lembi di tessuto carbonizzato in modo da chiarire una volta per tutte i dubbi sull'esame del 1988.

Inoltre gli interventi eseguiti, in particolare la pulizia del lenzuolo eseguita con un aspiratore, hanno probabilmente alterato o rimosso dalla Sindone materiale che avrebbe potuto essere esaminato per fornire utili indicazioni. Diversi studiosi affermano che, dopo questi interventi, alcuni tipi di esami non potranno forse mai più essere eseguiti.

Lista di articoli scientifici sulla Sindone

Articoli pubblicati su riviste scientifiche con revisione paritaria, in ordine cronologico:

  • Barbara J. Culliton, The mystery of the Shroud challenges 20th-century science, Science 201(4352), 235 (1978) - abstract
  • Raymond Drakoff; Boynton Graham; J.P. Ziller, P. Purcel, M. Cul; Alfred G. Knudson jr.; K.J. Touryan; Barry Bunow, The Mystery of the Shroud (lettere), Science 201(4358), 774 (1978)
  • R.A. Morris, L.A. Schwalbe, J.R. London, X-Ray Fluorescence Investigation of the Shroud of Turin, X-Ray Spectrometry 9(2), 40 (1980) - abstract
  • Eric J. Jumper, Robert W. Mottern, Scientific investigation of the Shroud of Turin, Applied Optics 19(12), 1909 (1980)
  • S.F. Pellicori, Spectral properties of the Shroud of Turin, Applied Optics 19(12), 1913 (1980)
  • J.S. Accetta, J. Stephen Baumgart, Infrared reflectance spectroscopy and thermographic investigations of the Shroud of Turin, Applied Optics 19(12), 1921 (1980)
  • Roger Gilbert jr., Marion M. Gilbert, Ultraviolet Visibile Reflectance and Fluorescence Spectra of the Shroud of Turin, Applied Optics 19(12), 1930 (1980)
  • John H. Heller, Alan D. Adler, Blood on the Shroud of Turin, Applied Optics 19(16), 2742 (1980)
  • John H. Heller, Alan D. Adler, A chemical investigation of the Shroud of Turin, Canadian Society of Forensic Science Journal 14(3), 81 (1981)
  • V.D. Miller, S.F. Pellicori, Ultraviolet fluorescence photography of the Shroud of Turin, Journal of Biological Photography 49, 71 (1981)
  • L.A. Schwalbe, R.N. Rogers, Physics and Chemistry of the Shroud of Turin - A Summary of the 1978 Investigation, Analytica Chimica Acta 135(1), 3 (1982) - abstract
  • John P. Jackson, Eric J. Jumper, and William R. Ercoline, Correlation of image intensity on the Turin Shroud with the 3-D structure of a human body shape, Applied Optics 23(14), 2244 (1984)
  • Alan D. Whanger, M. Whanger, Polarized image overlay technique: a new image comparison method and its applications, Applied Optics 24(6), 766 (1985)
  • Denis Dutton, Still shrouded in mistery (lettera), Nature 327, 10 (1987)
  • Michael S. Tite, Turin Shroud (lettera), Nature 327, 456 (1987)
  • Harry E. Gove, Turin Shroud (lettera), Nature 327, 652 (1987)
  • Harry E. Gove, Turin workshop on radiocarbon dating the Turin Shroud, Nuclear Instruments and Methods in Physics Research B 29(1-2), 193 (1987) - abstract
  • Michael S. Tite, Turin Shroud (lettera), Nature 332, 482 (1988)
  • Harry E. Gove, Radiocarbon-dating the Shroud (lettera), Nature 333, 110 (1988)
  • T.J. Phillips, Shroud irradiated with neutrons? (lettera); risposta di R.E.M. Hedges, Nature 337, 594 (1989)
  • P.E. Damon, D.J. Donahue, B.H. Gore, A.L. Hatheway, A.J.T. Jull, T.W. Linick, P.J. Sercel, L.J. Toolin, C.R. Bronk, E.T. Hall, R.E.M. Hedges, R. Housley, I.A. Law, C. Perry, G. Bonani, S. Trumbore, W. Woelfli, J.C. Ambers, S.G.E. Bowman, M.N. Leese & M.S. Tite, Radiocarbon dating of the Shroud of Turin, Nature 337, 611 (1989) - abstract e note, testo completo
  • Harry E. Gove, Progress in radiocarbon dating the Shroud of Turin, Radiocarbon 31(3), 965 (1989) - testo completo
  • Harry E. Gove, Dating the Turin Shroud--an Assessment, Radiocarbon 32(1), 87 (1990) - testo completo
  • Robert Halisey, More on the Shroud (lettera); risposta di Michael S. Tite, Nature 346, 100 (1990)
  • O. Pourrat, Shroud dating still questioned (lettera), Nature 349, 558 (1991)
  • Niccolo Caldararo, Letter to the Editor (lettera), Radiocarbon 35(2), 345 (1993) - testo completo
  • Emily A. Craig, Randall R. Bresee, Image Formation and the Shroud of Turin, Journal of Imaging Science and Technology 34(1), 59 (1994) - testo completo
  • H.E. Gove, S.J. Mattingly, A.R. David, L.A. Garza-Valdes, A problematic source of organic contamination of linen, Nuclear Instruments and Methods in Physics Research B 123(1-4), 504 (1997) - abstract
  • Serge N. Mouraviev, Image formation mechanism on the Shroud of Turin: a solar reflex radiation model (the optical aspect), Applied Optics 36(34), 8796 (1997)
  • Austin Long, Attempt to affect the apparent 14C age of cotton by scorching in a CO2 environment, Radiocarbon 40(1), 57 (1998) - testo completo
  • R.E.M. Hedges, Christopher Bronk Ramsey, G.J. van Klinken, An experiment to refute the likelihood of cellulose carboxilation, Radiocarbon 40(1), 59 (1998) - testo completo
  • A. Marion, Discovery of inscriptions on the shroud of Turin by digital image processing, Optical Engineering 37 (8), 2308 (1998) - abstract
  • G. Fanti, M. Moroni, Comparison of Luminance Between Face of Turin Shroud Man and Experimental Results, Journal of Imaging Science and Technology 46(2), 142 (2002) - abstract
  • G. Fanti, R. Maggiolo, The double superficiality of the frontal image of the Turin Shroud, Journal of Optics A 6, 491 (2004) - abstract, testo completo
  • Raymond N. Rogers, Studies on the radiocarbon sample from the shroud of turin, Thermochimica Acta 425(1-2), 189 (2005) - abstract, testo completo
  • Jonathan Allday, The Turin Shroud, Physics Education 40, 67 (2005) - abstract

Note

  1. ^ J.S. Accetta and J.S. Baumgart, Infrared reflectance spectroscopy and thermographic investigations of the Shroud of Turin, Applied Optics 19, 1921-1929 (1980).
  2. ^ G. Fanti et al., Evidences for Testing Hypotheses about the Body Image Formation of The Turin Shroud, the Third Dallas International Conference on the Shroud of Turin: Dallas, Texas (2005) [1].
  3. ^ W.R. Ercoline, R.C. Downs jr., J.P. Jackson, Examination of the Turin Shroud for image distortions, IEEE 1982 Proceedings of the International Conference on Cybernetics and Society, pp. 576-579 (1982).
  4. ^ G. Fanti, Numerical Analysis of the Mutual Radiation Effects of Complex Surfaces, 2nd Italy – Canada Workshop on: 3D Digital Imaging and Modelling – Applications of Heritage, Industry, Medicine and Land, Padova (2005) [2].
  5. ^ J.P. Jackson, E.J. Jumper, W.R. Ercoline, Correlation of image intensity on the Turin Shroud with the 3-D structure of a human body shape, Applied Optics 23, 2244 (1984);
    Mario Latendresse, The Turin Shroud Was Not Flattened Before the Images Formed and no Major Image Distortions Necessarily Occur From a Real Body, 3rd International Dallas Conference (2005) [3].
  6. ^ a b Mary e Alan Whanger, The Shroud of Turin, An Adventure of Discovery, Providence House Publishers, Franklin, Tennessee (1998).
  7. ^ Sindone di Torino dal sito del CICAP.
  8. ^ Avinoam Danin, Alan D. Whanger, Uri Baruch and Mary Whanger Flora of the Shroud of Turin Missouri Botanical Garden Press, St. Louis, Missouri (1999); Avinoam Danin, Pressed Flowers: Where Did the Shroud of Turin Originate? A Botanical Quest (1997) [4]; The Origin of the Shroud of Turin from the Near East as Evidenced by Plant Images and by Pollen Grains (1998) [5]
  9. ^ http://www.shroud.com/pdfs/rogers2.pdf
  10. ^ G. Fanti, R. Maggiolo, The double superficiality of the frontal image of the Turin Shroud, Journal of Optics A: Pure and Applied Optics, volume 6, issue 6, pp.491-503 (2004) [6].
  11. ^ Isabel Piczek, Alice In Wonderland and the Shroud of Turin [7].
  12. ^ Vedi anche (EN) en:Raymond Rogers.
  13. ^ Raymond N. Rogers, Anna Arnoldi, Scientific method applied to the Shroud of Turin: a review [8].
  14. ^ G. Fanti, F. Lattarulo, O. Scheuermann, Body Image Formation Hypotheses Based on Corona Discharge, the Third Dallas International Conference on the Shroud of Turin: Dallas, Texas (2005) [9].
  15. ^ G. De Liso, Verifica Sperimentale della Formazione di Immagini su Teli Trattati con Aloe e Mirra in Concomitanza di Sismi, IV Int. Scientific Symposium on the Turin Shroud, Parigi (2002).
  16. ^ Sindone:la voce agli scettici, articolo del CICAP.
  17. ^ a b Mario Moroni e Francesco Barbesino, Apologia di un falsario - Un’indagine sulla Santa Sindone di Torino, Ed. Minchella, Milano 1997 [10].
  18. ^ David Ford, The Shroud of Turin 'Blood' Images: Blood, or Paint? A History of Science Inquiry [11].
  19. ^ Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, pag 77
  20. ^ P.E. Damon et al., Radiocarbon dating of the Shroud of Turin, Nature 337, 611-615 (16 feb. 1989) [12].
  21. ^ Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, pag 46
  22. ^ Joe Nickell, Pollens on the 'shroud': a study in deception - Shroud of Turin, Skeptical Inquirer, Summer 1994 [13].
  23. ^ Avinoam Danin, Pressed Flowers - Where Did the Shroud of Turin Originate? A Botanical Quest, ERETZ Magazine, November/December 1997 [14]; Avinoam Danin, The origin of the Shroud of Turin from the near east as evidenced by plant images and by pollen grains, 1998 Turin Symposium [15].
  24. ^ E. Marinelli, Sindone, un'immagine "impossibile", in bibliografia.
  25. ^ Raymond N. Rogers, Studies on the radiocarbon sample from the shroud of turin, Thermochimica Acta 425 (1-2), 189-194 (2005) [16].
  26. ^ Studi di John Jackson, fisico appartenente allo STURP, citato in "Scienza e Paranormale", luglio/agosto 2005.
  27. ^ Gino Moretto, Sindone, la guida, Elledici Editrice, 1998, ISBN 8801000103.
  28. ^ Aldo Guerreschi, Michele Salcito, Photographic and computer studies concerning the burn and water stains visible on the Shroud and their historical consequences, IV Symposium Scientifique International, Paris, 25-26 aprile 2002 [17]; Further studies on the scorches and the watermarks [18]
  29. ^ Jack Markwardt, The Fire and the Portrait, 1998 [19]
  30. ^ Comments On The Restoration.

Bibliografia

  • Arcidiocesi di Torino (2000): Sindone le immagini 2000 Shroud images, ODPF, Torino.
  • Pierluigi Baima Bollone e Pier Paolo Benedetto, Alla ricerca dell'Uomo della Sindone, Arnoldo Mondadori Editore, 1978.
  • J. H. Heller: Report on the Shroud of Turin, Houghton Mifflin C., Boston 1983, p. 144.
  • Emanuela Marinelli, Sindone, un'immagine "impossibile", supplemento a Famiglia Cristiana n. 12 dell'1.4.1998, Editrice San Paolo.
  • Frederik Zugibe, The Crucifiction of Jesus, a Forensic Inquiry, M. Evans & Co. New York, 2005.
  • Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998 

Fonte: http://it.wikipedia.org

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