Il Festival Romaeuropa è diventato un punto di riferimento per la scena culturale internazionale. Un concentrato di arte, teatro, danza e musica che in 22 anni ha avvicinato un pubblico vasto e variegato alla produzione artistica mondiale...
La direttrice generale della Fondazione Romaeuropa Monique Veaute ci racconta le ragioni del successo nel passato e i progetti futuri per il festival italiano per eccellenza di creazione contemporanee.  Il festival ha compiuto 22 anni. A partire dagli obiettivi iniziali e dalle aspettative che si nutrivano, che bilancio si può trarre? Il bilancio è sicuramente positivo, soprattutto perché originariamente l’idea era proporre a Roma esperienze artistiche nuove, di livello internazionale. Cercare la novità, la diversità è quanto ci ha portato a testarci su sfide sempre nuove che, a poco a poco, stiamo vincendo. Per esempio, siamo partiti dalla musica contemporanea, adesso offriamo spettacoli di musica elettronica; siamo partiti dal centro, ora presentiamo gli spettacoli in posti totalmente aperti e diversi della città. Come dire: la sfida è sicuramente vinta. In questo senso, possiamo dire che le aspettative sono state abbondantemente superate. E’ ovvio che parlare di novità è sempre strettamente legato al tempo in cui si vive e nel corso dei ventidue anni del Festival è cambiato tutto: è cambiata la città, è cambiato il rapporto con il mondo. Vent’anni fa, quando il Festival è nato, si parlava soprattutto di Europa. Adesso lavoriamo con Cina, Giappone, Canada, rapporti internazionali che non erano immaginabili venti anni fa.
Come a dire che chiamare il festival Romaeuropa è quasi riduttivo per la fisionomia internazionale che adesso rappresenta? Io ci penso sempre al nome: peccato che abbiamo pensato così in piccolo. Lo spazio che copre il Festival è molto più ampio.
Si può pensare che in venti anni il Festival sia davvero diventato maturo ed in che senso il passare degli anni ne ha modificato lo spirito? Sì, il Festival è sicuramente diventato maturo. Quest’anno ospita proposte artistiche che vanno da Ottawa a Tokyo. Siamo in collegamento con il mondo e in sintonia con il nostro tempo, cerchiamo di interpretare quello che succede intorno a noi. Se questo significa essere adulti, allora lo siamo.
Il pubblico del Romaeuropa Festival è cambiato nel corso del tempo? In che modo, a Suo parere, il Festival ha contribuito a farlo crescere e maturare? Il Festival ha un pubblico sempre più giovane. Il pubblico attuale del Romaeuropa Festival, costituito da una presenza femminile importante, è molto più giovane rispetto a soli pochi anni fa, prima era un po’ più misto. Il rapporto con il nostro pubblico per noi è vitale: lo informiamo, facciamo riunioni con loro, lo curiamo in modo particolare e lo ascoltiamo. Tutto ciò ci ha portato a seguire con molta attenzione la creazione artistica giovanile.
Come è stata scelta la comunicazione di quest’anno? Siamo partiti dall’idea che, dopo tutti questi anni, la nostra offerta si è evoluta ed è servita un po’ da traino per la città stessa, tanto che molti si sono ispirati a noi. Abbiamo perciò detto: cambiamo completamente. Abbiamo coinvolto un’agenzia di comunicazione molto giovane che ci ha proposto lo slogan “una generazione avanti”. Ci è subito piaciuto, quindi abbiamo deciso di andare in fondo, e abbiamo scelto una specie di fotoromanzo con alcuni personaggi chiave. Adesso, devo dire, mi diverto molto quando la gente mi racconta quali sono i suoi personaggi preferiti. Quelli che mietono più successo sono la parrucchiera, le tre vecchiette e l’autista. L’unico dubbio che mi è venuto è che seguano i personaggi e prestino meno attenzione al programma del Festival. Speriamo di no.
In che modi i progetti di riqualificazione urbana, quale è il teatro Palladium, modificano o influenzano le strategie di sviluppo della Fondazione Romaeuropa? Abbiamo sentito che il radicamento nel territorio era l’altra faccia della mondializzazione, e che il centro di Roma non era più così attraente, sempre più invaso dal turismo. Abbiamo scoperto un’altra città, molto più viva: il quartiere Ostiense, la Garbatella, oppure la Romanina, dove ci stiamo spostando con un nuovo progetto, le Officine Marconi. Ci siamo accorti che c’era la possibilità di lavorare in spazi che fossero meno teatro ma più factory, più luogo di produzione, di aggregazione, nei quali, intorno allo spettacolo, si potessero ipotizzare altre modalità, dove ci fossero anche luoghi di discussione, possibilità di festa, possibilità di socializzazione. I luoghi in centro non lo permettevano più di tanto, ci siamo spostati e abbiamo avuto anche una bella risposta.
Il progetto “Officine Marconi” in che modo si inserisce nelle strategie a lungo termine della Fondazione e quali sono le motivazioni che hanno portato alla sua genesi? La genesi è molto semplice. L’input è partito dal X Municipio che ci ha contattato dopo aver avuto un’impressione molto positiva del nostro lavoro alla Garbatella con il teatro Palladium e l’Università Roma Tre. Hanno pensato fossimo in grado di lavorare all’interno del territorio urbano e di aprire la scena a livello internazionale. In seguito è intervenuto anche il gruppo Scarpellini, proprietario delle Officine Marconi, allo stesso modo interessato all’idea di produrre sviluppo urbano partendo dalla cultura. Poi il gruppo si è arricchito di un team di architetti di Torino, Avventure urbane, con cui ci riuniamo regolarmente per discutere e decidere cosa serve al territorio (biblioteche, piste di skate per i giovani, ecc.) e agli abitanti, che in quella zona sono prevalentemente giovani tra i trenta e i quaranta anni. Oltre a proporre una programmazione artistica di un certo livello e uno spazio di residenza per artisti, pensiamo a un territorio che ospiti al suo interno anche ristoranti. Si sta costruendo questo progetto in un luogo, io trovo, favoloso. Verrà fuori un progetto che potrà essere un modello a livello europeo – in Francia e in Belgio ce ne sono tanti – e sarà inaugurato il 15 Dicembre.
Siete in grado di prevedere il futuro di Romaeuropa che si è tanto modificato nel tempo, fino ad arrivare ad essere punto di riferimento per la produzione di cultura, un’officina vera e propria? Qual è il passaggio a questo punto ipotizzabile? Vogliamo creare uno o più centri di produzione per le espressioni giovanili. Qualcosa del genere a Roma non esiste, e ne esistono pochi nel resto d’Italia. Pensiamo a luoghi dove si può costruire, provare, interfacciarsi anche con altri tipi di creatività, siano essi la danza, il teatro, la musica, l’arte, la scenografia... Per esempio, abbiamo ospitato quest’anno la rassegna di teatro indipendente “Teatri di vetro”, nella quale si sono esibite 150 compagnie romane, e ammetto di essere rimasta favorevolmente impressionata dalla qualità di quello che ho visto. Eppure manca ancora nella capitale un luogo dove poter produrre, sperimentare: sarebbe magnifico riuscire a creare un centro con queste caratteristiche.
Quali sono le difficoltà che intravedete nelle vostre attività? Siamo sempre molto vigili, manteniamo sempre alta l’attenzione. Lo staff è molto giovane e cerchiamo di fargli provare i maggiori cambiamenti possibili. Io, per esempio, non mi occupo più della direzione artistica, se ne occupa Fabrizio Grifasi che è più giovane di me di dieci anni ed è più addentro alle nuove realtà. Poi possiamo contare su una serie di contatti molto diversi. È importante riuscire sempre a rinnovarsi. Certamente siamo sempre a rischio, ma io credo che abbiamo una forza legata alla creatività che dovrebbe poter resistere nei prossimi anni. È difficile ovviamente, lo sappiamo, non siamo mai tranquilli, mai sicuri, ma siamo consapevoli di doverlo accettare. Fa parte del nostro mestiere, la cultura è anche questo. È un continuo divenire, lotta più che resistenza. di Giulia Agusto Fonte: http://www.tafter.it |