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Intervista a Luigi Ratcliff neopresidente di Bjcem

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domenica 19 agosto 2007

Maria Cristina Strati: Sei stato da poco eletto presidente di Bjcem. Quale sarà l’impronta che vorrai dare alla prossima edizione della Biennale? Prevedi già dei cambiamenti?

Maria Cristina Strati: Sei stato da poco eletto presidente di Bjcem. Quale sarà l’impronta che vorrai dare alla prossima edizione della Biennale? Prevedi già dei cambiamenti?

Luigi Ratcliff: La prossima edizione era prevista in autunno ad Alessandria d’Egitto, ma ci sono stati problemi organizzativi e purtroppo è stata annullata pochi giorni prima della mia elezione. Il luogo sarà deciso a settembre dal consiglio di direzione, scegliendo tra quattro proposte: Tangeri, in Marocco; Tallinn, nei Paesi Baltici; Sarajevo in Bosnia e la Puglia. I tempi sono stretti, non dovremmo andare oltre la tarda primavera del 2008. Ma l’impianto generale è già pronto, gli artisti sono stati scelti.

Sono stato eletto il 2 giugno scorso a Skopje, in Macedonia, dove si è riunita l’assemblea di Bjcem e quasi i due terzi dei presenti hanno sostenuto la mia candidatura. E’ un ottimo risultato a livello di consenso.

Ora uno dei miei obiettivi come presidente è lavorare molto sul networking, fare in modo che la rete dei paesi coinvolti nella Biennale sia il più possibile compatta, con una forte capacità relazionale tra i soci.

Oggi Bjcem ha un’identità da rafforzare. E’ una manifestazione con due anime: la prima è quella artistica in senso stretto. L’altra anima ha invece una caratteristica più legata all’ambito sociale e politico, che ha a che fare con le relazioni tra culture e con il dialogo tra i Paesi. La nostra biennale è fortemente impegnata sui temi del rapporto e dell’intreccio tra le culture, anche perché interessa un territorio molto complesso e problematico da questo punto di vista. Ventidue anni fa sono stato tra coloro che hanno contribuito a fondare la Biennale: allora lavorare sull’identità culturale del Mediterraneo non era facile, e oggi la situazione politica in questi luoghi è anche più tesa. Perciò occorre lavorare coscientemente su due livelli.

Sappiamo di non essere né la Biennale di Venezia, né Manifesta, ma Bjcem non è nemmeno un semplice meeting giovanile. La sua originalità consiste proprio nella possibilità di dare vita a un dialogo tra le culture. Al nostro interno ci sono Palestina, Israele, Cipro, Turchia. Il mondo occidentale e il mondo islamico, insomma. Alessandria, in questo senso, sarebbe stato un luogo simbolico di grande importanza.

M.C.S.: Punti molto sul potenziamento del network e sul dialogo tra i paesi soci. Come pensi di fare in modo che le differenze culturali diventino una risorsa e non un ostacolo?

L.R.:
Tra i soci ci sono professionalità e titolari di esperienze e culture molto diverse una dall'altra. L'idea di lavorare insieme sul piano della riflessione, progettazione e realizzazione di progetti può essere molto utile per lanciare nuove idee, superare difficoltà, trovare nuovi modi di operare nel campo delle politiche culturali transnazionali. Costituiremo commissioni, gruppi di lavoro tematici, scambi di operatori tra città. Risorse intellettuali e competenze dunque utilizzate al meglio, all'insegna del superamento di ogni ostacolo e diffidenza.

M.C.S.: Secondo te i giovani artisti come interpretano il significato sociale di Bjcem?

L.R.:
Bjcem è sempre stata un’occasione per un giovane artista: un invito a non isolarsi, ma a relazionarsi con altre realtà. Noi lavoriamo con la produzione artistica a trecentosessanta gradi attraverso una rete fittissima di curatori, molti dei quali giovani.
Il rapporto con più discipline, la commistione dei generi e il fatto di aver a che fare con realtà sociali diverse si traduce spesso in partecipazioni motivate dall’impegno. Perciò per un giovane artista Bjcem non è solo una vetrina per il mercato, ma anche uno strumento di relazione con la società, con i suoi problemi, con le persone. Anche perché l’evento è diverso a seconda del paese che lo ospita. Un artista che va in Bosnia o in Grecia deve pensare anche al luogo in cui presenterà il suo lavoro. Riceve input diversi, affronta temi e scenari differenti.

M.C.S.: Una novità di questa edizione sono i workshop. Che ruolo hanno nell'attività di Bjcem? Saranno poi previsti altri eventi nell'arco di tempo tra una biennale e l'altra?

L.R.:
I tre workshop avviati ultimamente a Sarajevo, Biella e Messina sono momenti importanti all'interno del programma della Biennale e rappresentano probabilmente il futuro dell'attività stessa della nostra rete.
La Biennale, infatti, si inserisce in un territorio specifico e lo dinamicizza catalizzando ogni due anni l'interesse della rete e degli artisti, però sempre di più sentiamo l'esigenza di realizzare iniziative più continuative, che coprano il periodo che va da una Biennale all'altra in modo da indirizzare il lavoro dei giovani artisti, preparare il campo, attivare produzioni artistiche e costruire una rete di scambi tra gli artisti che non abbiano solamente come riferimento l'ambito della Biennale.
Questi tre workshop, come altre manifestazioni che abbiamo organizzato negli anni passati, hanno in più una componente che riguarda la mobilità degli artisti (ai workshop partecipano infatti artisti da tutta Europa selezionati dalla Biennale) e non solo l'aspetto produttivo - importante perché in questi luoghi spesso vengono realizzate opere poi portate all'interno delle manifestazioni - ma c'e' anche un aspetto importantissimo che riguarda la formazione.
Queste iniziative hanno una forte valenza formativa anche grazie alla presenza di tutor di alto livello - come Michelangelo Pistoletto, per citarne solo uno - e rappresentano momenti che vorremmo sviluppare in futuro.
Sicuramente la nuova strada che desideriamo seguire e' quella di diversificare la Biennale creando appuntamenti più frequenti in tutta Europa, anche "smontando" pezzi di questa manifestazione per articolarli nel tempo e in Paesi diversi. Sezioni disciplinari in luoghi differenti e collegati. Questo probabilmente e' il futuro di una Biennale reticolare, più continuativa e meno "evento".

M.C.S.: In che modo Bjcem influisce concretamente nella carriera e nel percorso di ricerca dei giovani artisti che vi partecipano? Che succede dopo la Biennale? Che cosa resta di questa esperienza?

L.R.: Fino ad oggi, dopo la partecipazione all’evento, gli artisti non sono stati sufficientemente seguiti e valorizzati, come anche il lavoro curatoriale. E’ invece importante dar valore a questa componente della rete. I curatori e le commissioni locali sono antenne sui territori, una vera risorsa per il nostro progetto.

Ho intenzione di porre questi temi all’assemblea per trovare strumenti nuovi. Penso occorra fare delle modifiche nel sistema della manifestazione stessa. Certo, ci sono pochi fondi e molte difficoltà. Quindi probabilmente occorrerà ripensare ai numeri e investire sulla qualità artistica e dei progetti.

In questo senso stiamo pensando molto al processo delle residenze d’artista. Io faccio parte anche del direttivo dell’Associazione internazionale Pépinières européennes pour jeunes artistes e ho proposto a quest’altra rete di unirsi a Bjcem con lo scopo di ampliare il lavoro sulle residenze e i workshops: un modo per valorizzare gli artisti e i processi produttivi.

E poi ci sono i curatori. La curatela non deve fermarsi alla selezione delle opere. Per Bjcem il meccanismo di selezione è particolare. Ci sono commissioni in tutte le città dei paesi partecipanti, non vi è una direzione artistica unica. Quindi il panorama appare spesso eterogeneo, senza un’unica linea curatoriale. Questo però può anche diventare una potenzialità: territori, curatori e artisti possono lavorare insieme per costruire rappresentanze e sottolineare le differenze .

M.C.S.: Ma quali sono gli effetti e i risultati, anche sul territorio?

L.R.: Oggi sentiamo la forte esigenza di creare un senso di continuità. La prima iniziativa in questa direzione sarà un libro. Il titolo è Original ed è pensato per raccontare la storia delle 12 edizioni di Bjcem, dal 1985 ad oggi. Che cosa ha voluto dire Bjcem nei diversi paesi in cui si è svolta, anche dal punto di vista politico? Ha lasciato dei segni nelle città? Qui a Torino il bilancio è stato positivo: abbiamo recuperato tra le altre cose lo spazio della Cavallerizza Reale e ci sono stati segnali di rinnovamento culturale. Occorre dare fiducia a una città e alle sue risorse creative, creare un progetto politico e culturale in grado di lasciare tracce significative.

Dal 1997 a Torino possiamo dire che c’è un nuovo modo di fare cultura. Certo, questo non è avvenuto in tutte le città che hanno ospitato la Biennale, ma nella maggior parte di esse qualcosa di importante è accaduto.

Il libro parla delle città attraversate dalla creatività nei 20 anni di Bjcem. Jury Krpan, curatore del libro e nostro socio sloveno, ha individuato 100 artisti tra quelli che hanno partecipato alle diverse Biennali e sono poi cresciuti a livello internazionale. Ci sono eccellenze come i Litfiba o la Beecroft. La selezione è stata rigorosa e anche dolorosa: sono stati selezionati 100 artisti su più di 8.000 partecipanti.

Ma il libro riflette anche su come sia cambiato il modo di fare arte negli ultimi decenni: che cosa voleva dire essere giovani artisti nel 1985 e che cosa vuol dire esserlo oggi?

Il libro, supportato dal Comune di Torino, è edito da Electa Mondadori. E’ in lingua inglese e sarà diffuso in tutta Europa. Pensiamo di presentarlo nelle dodici città della Biennale partendo da Torino dal prossimo novembre e vorrei che diventasse anche momento per riflettere sui progetti futuri…

M.C.S.: La continuità è un fatto importante per la crescita degli artisti. In generale, non pensi che per giovani si dovrebbe investire su questo elemento? E’ utile fornire loro una semplice vetrina da giovanissimi, se poi non li si segue nel loro percorso concreto? Mi riferisco anche alle iniziative del Gai, di cui tu sei segretario nazionale.

L.R.: A Torino, in ambito locale, stiamo cercando di ragionare sul futuro dei giovani che abbiamo scoperto. Certo, continuiamo con i nuovi, ma almeno per due o tre anni cerchiamo di seguire anche gli altri. Una possibilità è la rete del Gai a livello nazionale, con la creazione di residenze d’artista. Un caso è stato già Pagine Bianche d’Autore, che ha consentito, per esempio, a Valerio Berruti di accedere alla residency presso l’ ISCP di New York.

Non bisogna lasciarsi guidare dalla sola smania per il nuovo, ma continuare a proporre gli artisti, inserirli in altre iniziative. Negli ultimi anni con Nuovi arrivi si è creata un’alleanza con il mondo dei privati, ci sono galleristi che hanno scelto i nostri artisti e poi li hanno seguiti. Con UniCredit Private Banking abbiamo ideato un programma di viaggi studio e residenze all’estero che si chiama Passaporto.

Occorre comunque aiutare i giovani a capire il sistema dell’arte e il loro lavoro negli aspetti pratici. Per loro è importante conoscere i meccanismi internazionali e costruire delle relazioni. Oltre a Pagine Bianche d’Autore in questo senso c’è anche Movin’up, il fondo per sostenere la mobilità degli artisti nel mondo, promosso con la DARC, un programma sul quale contiamo molto.

La Bjcem fa parte di questo sistema di azioni utili agli artisti, per aiutarli a crescere professionalmente.

A questo scopo vorrei istituire nell’associazione una commissione scientifica di curatori, con la presenza di una buona parte di giovani, per creare anche un collegamento con ciò che avviene sui territori.

All’inizio, nel 1980, ci fu la prima edizione di Galleria di Proposte agli Antichi Chiostri a Torino. Allora in effetti pensavamo fosse sufficiente la promozione: credevamo che per lanciare un giovane artista bastasse accendere i riflettori, fare un buon catalogo, presentarli agli operatori privati… Oggi è più complesso, non basta più confezionare solo buone occasioni di presentazione. Ci sono anche altri strumenti. Lo stesso libro Original può essere utile: l’operazione serve a ridare fiducia agli organizzatori e agli artisti, creare qualcosa che resta, che spiega, che riflette sul lavoro fatto. E poi è efficace a livello di pubbliche relazioni, in particolare con il mondo dei privati.

M.C.S.: Come si configura il rapporto con gli sponsor privati nel contesto di Bjcem?

L.R.: L'esperienza delle ultime biennali ci dice che è possibile un coinvolgimento più ampio delle realtà private per sostenere il progetto. Unire le iniziative, non solo artistiche ma anche di tipo sociale, al mondo delle imprese e dell'economia può essere un modo per creare alleanze fruttuose tra la nostra rete, di città e di artisti e, perché no, gli obiettivi delle aziende e dei loro prodotti. L'esempio della Seat Pagine Gialle con Pagine Bianche d'Autore spiega come questi matrimoni possano portare benefici ai partner senza compromessi, aumentando la portata delle singole azioni.

 

M.C.S.: Tornando ai giovani artisti e alla necessità di seguirli dopo aver fornito una prima vetrina del loro lavoro, cosa accade per quanto riguarda il Gai, in senso più ampio?

L.R.: Il Gai ha progettato negli ultimi mesi un programma e lo ha presentato al Ministero per le Politiche Giovanili e al Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Si chiama Italia Creativa e si occuperà di mobilità internazionale, talent scouting, del rapporto tra creatività e imprenditoria, di comunicazione e formazione. Il 27 e 28 giugno scorsi a Roma si è svolto il convegno “Cantieri Creativi, giovani idee cambiano l’Italia”. In quell’occasione abbiamo parlato di questi temi. Oggi l’attenzione sul rapporto cultura, creatività e sviluppo del Paese è molto concreta. Una volta il settore dei giovani artisti era considerato marginale a livello politico e istituzionale. Oggi invece si inizia a parlare seriamente di nuova creatività e sembra stia nascendo un interesse reale: si vorrebbe incentivare il turismo e l’economia in generale attraverso il made in Italy e la creatività, creando valore aggiunto sulla produzione per competere a livello internazionale. Insomma, si pensa ad investire sui Renzo Piano, sui Giugiaro, sui Pistoletto di domani. Certo è anche un po’ una moda, ma nonostante questo pericolo, occorre cogliere le occasioni tempestivamente e sfruttare il momento.

Italia Creativa è un programma triennale, capace, siamo convinti, di attrarre risorse private e un forte sostegno pubblico. Dovrebbe innescare un sistema di relazioni e diventare un fruttuoso investimento. Guardiamo ancora l’esempio di Pagine Bianche d’autore: l’iniziativa ha dato dei risultati, ha permesso alla giovane arte di dialogare con il grande pubblico, ma ha creato anche un rapporto molto proficuo con i privati. Così con Italia Creativa vorremmo coinvolgere nuove aziende e creare più relazioni internazionali. Deve diventare uno strumento che ci guida. E qui il lavoro dei curatori è davvero decisivo: sono loro l’interlocutore primario perché sono l’interfaccia con gli artisti per i progetti e le iniziative.

M.C.S: In questo contesto quali sono allora i maggiori problemi da affrontare per sostenere davvero l’arte giovane?

L.R.: C’è anche un problema intergenerazionale. In Italia più che altrove non c’è un patto tra le generazioni di artisti. Chi guida il sistema ha creato una struttura rigida di potere. Maurizio Maggiani, che ha collaborato al progetto Gemine Muse , cita spesso come esempio positivo e controcorrente, il fondatore della Honda, il quale ha sempre sostenuto di scegliere i suoi giovani collaboratori in base a un principio molto particolare. Egli infatti asserisce: “più non comprendo le loro idee e più mi convinco di aver fatto la scelta giusta”. E questo può essere applicato anche all’ambito curatoriale.

Un altro fattore è il rischio. Le manifestazioni che puntano ai giovanissimi sono sicuramente molto rischiose. E’ più facile certamente proporre iniziative con artisti giovani ma consolidati, scommettendo poco su realtà nuove, soprattutto per quanto riguarda i progetti e i nuovi curatori .

Forse i problemi fondamentali sono proprio questi due: affrontare il rischio del nuovo e lavorare sul patto intergenerazionale. Bisogna però porsi anche dei limiti, non giocare sul nuovo per il nuovo a tutti i costi…

M.C.S.: Qual è il limite?

L.R.: Penso che occorra riflettere su questi aspetti: limite, rischio, patto… E Bjcem in fondo è proprio un po’ tutto questo.

A Torino questo nuovo processo, questa scommessa ha avuto un riconoscimento, la città si è lasciata coinvolgere. Quella di Torino è stata una delle biennali migliori, e anche i privati hanno dato il loro sostegno in modo inaspettato e straordinario, per la prima volta. Questo modo di fare cultura è stato premiato, allora e forse anche oggi, per quanto riguarda la mia nomina a presidente di Bjcem. Chi mi ha dato fiducia , soprattutto gli stranieri, sapeva anche che avrei potuto contare sull’esperienza e sul sostegno di una città, anche dal punto di vista organizzativo e delle relazioni. Perciò per me questo mandato è un forte stimolo e, nello stesso tempo, una grande responsabilità. Anche in virtù di ciò vorrei rafforzare il network. Vorrei ampliare il dibattito al suo interno ma anche verso nuovi interlocutori, nel mediterraneo e anche fuori, con altre aree del mondo.

di Maria Cristina Strati 

Fonte: http://www.teknemedia.net/ 

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