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Intervista a Jens Haaning

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mercoledì 05 dicembre 2007

L‘artista danese, che ad Arezzo ha realizzato un progetto site specific insieme ad un gruppo di giovani artisti, opera sin dall'inizio del proprio lavoro all'interno delle dinamiche che creano centralità e marginalità. Che ruolo ha l'artista nella loro definizione?

Come hai progettato e avviato il workshop con i giovani artisti di Networking 2007 “Integration and Conflict” ad Arezzo?
Di solito non arrivo nel posto dove devo realizzare il lavoro con un progetto definito. Le suggestioni, il confronto e lo scambio con il luogo e in questo caso con i partecipanti, hanno determinato la direzione del nostro lavoro e i modi e le forme con le quali il workshop si è relazionato alla città di Arezzo.

Hai fatto varie esperienza di questo genere rivolte alla formazione dei giovani artisti. Che ne pensi di questo tipo di relazioni?
Le relazioni con gli studenti, gli scambi culturali e le occasioni di confronto che si creano durante i workshop e durante le ore di insegnamento all’accademia rappresentano uno stimolo importante per la crescita del mio lavoro. Per svolgere un’attività di questo tipo è necessario sapersi porre di continuo in una posizione di autocritica ed essere pronto a rimettersi in discussione anche con un pubblico di giovani. Questo ha delle ricadute molto positive sull’evoluzione delle mie opere e sicuramente aiuta a non compiacersi troppo dei propri risultati.

Nella tua opera Redistribution (London-Karachi) (2003) hai inviato le sedie dell’Institute of contemporary art di Londra a Karachi lasciandole in una piazza della città. Minoranze, marginalità, integrazione, sono termini centrali all’interno del tuo lavoro. Dal tuo modo di affrontare questi argomenti emerge una forte critica al sistema sociale occidentale.
Credo che uno dei punti più deboli della civiltà occidentale sia l’incapacità di scambio e di comunicazione con gli altri: con altre civiltà ed economie, con persone di diverso colore di pelle, diversa religione e ideologia. Con le mie opere cerco non solo di affrontare singolarmente argomenti di questo tipo, che si riferiscono a situazioni di tensione presenti a livello sociale ma di creare un punto di vista dal quale guardare i processi di inclusione ed esclusione in occidente.

I tuoi lavori coinvolgono direttamente o indirettamente le persone con le quali hai lavorato o che sono state a vario titolo interessate dai progetti. Con la tua opera Flag production (1996) hai trasformato il Museo d’arte contemporanea di Bordeaux in un sito di produzione di bandiere di Stati immaginari, dopodiché hai esposto le bandiere sui balconi della città. Quali sono le reazioni nei confronti delle opere che ritieni più interessanti e che possono a loro volta far sviluppare il lavoro in maniera inaspettata?
Esistono vari tipi di reazioni. Quelle che le persone manifestano attraverso il loro linguaggio e quelle che la gente non riesce ad esprimere non essendo in possesso di un codice appropriato. D’altra parte, mi interessano non solo le reazioni spontanee provocate dall’esperienza che le persone fanno delle mie opere, ma anche quei pensieri, quei processi e quelle sensazioni che si attivano, per esempio, a distanza di un mese o due anni dall’esperienza stessa.

Sembra che il tuo lavoro sia animato da una necessità di condivisione intesa non solo in termini di coinvolgimento del pubblico, ma anche come atteggiamento necessario alla realizzazione dell’opera. Cos’è che ritieni importante in questo tipo di esperienze?
Ho sempre privilegiato una riflessione complessa, che possa riguardare sia gli aspetti formali dei mezzi, che come artista utilizzo, sia il contesto socio-politico all’interno del quale lavoro. I due momenti sono entrambi necessari a realizzare quel particolare punto di vista che, come dicevo, permette di rileggere le complesse dinamiche che riguardano la possibilità di pensare l’altro a partire dalla condizione di occidentale.

Marginalità come situazione in cui si viene a trovare chi infrange norme sociali e codici di comportamento stabili e non violabili all’interno di una comunità, ma anche come condizione opposta a quella di centralità, polo dialettico di definizione di un territorio in divenire. L’artista danese Jens Haaning opera fin dall’inizio del proprio lavoro all’interno di queste dinamiche sociali che sono diventate anche il punto di partenza del workshop che ha tenuto nella città di Arezzo con i giovani artisti di Networking 2007.
Come preparare un workshop tenuto da Jens Haaning? Semplice, è sufficiente un orologio con un timer che segni lo scadere di ogni ora di lavoro. Soltanto questo è servito all’artista per avviare il lavoro.
Il timer, che segnava un’ora di lavoro trascorsa, interrompeva bruscamente la discussione: lo scorrere del tempo ed il richiamo alla fisicità della situazione presente irrompeva sulla scena deviando e riconfigurando continuamente il dibattito. Per i partecipanti il primo impegno del workshop è stato il dover cercare in città e riportare presso il luogo di incontro un esempio di “printed matter”, ovvero stampati provenienti da pagine di giornali, riviste, libri o poster che in qualche modo rappresentassero indizi del territorio aretino e di come questo è vissuto dai suoi abitanti. Ogni artista ha raccolto i materiali più vari - flyer, fogli di preghiere, pubblicità, quotidiani - che potessero, a loro parere, essere testimoni e portatori di significato di una particolare realtà della città e raccontare come il territorio urbano è immaginato e descritto. Al ritmo scandito dalle lancette e dal timer è stata intrapresa una lunga conversazione sulle condizioni di centralità e marginalità presenti nella città di Arezzo e, più in generale, sulle dinamiche che nella contemporaneità creano tali condizioni all’interno di un territorio.
Quali sono gli elementi urbani e sociali che possono definire uno spazio sociale? In che modo queste caratteristiche vengono comunicate e percepite dalla gente? Quali sono le condizioni di esclusione sociale in cui una persona si rende conto di appartenere a un contesto marginale? Cosa crea marginalità sociale in un contesto globale? Un luogo dove contemporaneamente l’idea di centralità e quella di marginalità si scontrano è stato individuato nella chiesa: uno spazio ospitante una determinata comunità di persone che, forte della propria identità religiosa, tende ad assumere un ruolo sociale inclusivo ed esclusivo allo stesso tempo. Dal proposito di riconsiderare questi rapporti è nata Cathedring, una riproduzione commestibile della Cattedrale di Arezzo che, durante l’apertura al pubblico del workshop, è stata protagonista di un particolare momento conviviale. Il potere aggregante della chiesa di Arezzo è stato sintetizzato e, in qualche modo, riconsiderato in un’opera che si lascia aperta a molteplici livelli di lettura. La medesima complessità semantica è riscontrabile nelle altre opere realizzate durante il workshop: in questi casi, come nell’opera di Haaning, è risultato che il ruolo delle pratiche artistiche sia rintracciabile nella capacità di suscitare domande complesse piuttosto che nel prescrivere soluzioni. Soluzioni, peraltro complesse, come quelle del progetto Proposte architettoniche per Arezzo, dove il paesaggio aretino raffigurato su semplici cartoline postali viene reinterpretato tramite il taglio e l’asportazione dei monumenti significativi. Al contrario di Cathedring, dove l’opera si realizza prima per accumulo, per poi lentamente decostruirsi, in questo caso si procede per sottrazione.
La città, mancante dei suoi monumenti più importanti, che ne stabiliscono l’ordine di importanza nell’ambito di una gerarchia storico/artistica, diviene irriconoscibile ma, contemporaneamente, pronta a ripensare se stessa fino in fondo. La cartolina-feticcio ha questa volta come centro d’attenzione gli edifici ‘secondari’ della città.
Per altri, invece, la periferia aretina evoca altre periferie esistenti in altri luoghi: è il progetto Ucraina, in cui l’omonima scritta viene proiettata sui dolci colli toscani antistanti Villa Severi, sede del workshop: ennesima versione della famosa scritta presente sulle colline di Hollywood e della sua versione cattelaniana in Sicilia, questa volta però rovesciando il paradigma di un sogno di là da venire.
Un progetto che “riflette” sulle medesime geografie mediatiche è Sono un’artista italiana, realizzato mediante l’applicazione di etichette con la scritta “Sono un’artista italiana e sono molto felice di vivere a Berlino. A Berlino attualmente abito vicino ad una chiesa” su piatti e bicchieri di plastica utilizzati per il buffet. L’inaugurazione è così divenuta uno strumento attraverso il quale poter condividere con gli intervenuti la scelta di un’artista toscana che ha deciso di trasferirsi a Berlino.
Segna l’etica stradale è il progetto per un’istallazione urbana in cui, in prossimità di una curva sulla striscia bianca esterna della carreggiata, viene posta la scritta “Vivi al limite”. Un intervento che ha un significato positivo, se lo si guarda dalla parte interna della striscia stradale, ma anche potenzialmente negativo. Le norme sociali di una comunità sono nello stesso tempo un mezzo di stabilità e integrazione sociale ma anche di controllo. Scream, è stata invece una performance appositamente realizzata per l’inaugurazione, pensata per generare reazioni inaspettate nel pubblico. Le persone sono state investite dalla forza d’urto di singole parole come “Distraction, Odio, Colori, Amore e Multiculturalità” gridate da una delle artiste partecipanti.

di Giulia Tognozzi

Fonte: http://www.tafter.it

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