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Impegno iniziatico della Loggia

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sabato 27 ottobre 2007

Sul riconoscimento della propria condizione

L’abitudine a mettere in luce la funzione cosmica assolta da Guénon e dalla sua Opera, a volte può far trascurare il valore di filtro e scrematura che questa può operare sull’individualità. La relazione tra macrocosmo e microcosmo emerge comunque imperiosa perché riconoscere il ruolo di "bussola infallibile" e di "corazza impenetrabile" alla Dottrina, pone l’essere che l’accoglie in una disposizione mentale inconsueta. Riuscire a coglierne la portata provvidenziale, equivale ad ammettere un valore extra individuale all’incontro con questo Capolavoro, infine cercare l’iniziazione comporta provare a condividere e cooperare al suo potere trasformante.

Ci si ingannerebbe però se ritenessimo l’adesione al dettato tradizionale nei suoi aspetti teorici, come un effettivo abbandono degli assunti che governano il mondo attuale. Anzi, tutto ciò non sottrae l’iniziato dall’affrontare una tra le prime situazioni che reclamano una risposta, una volta assunta tale Opera per guida e riferimento costante, ossia la domanda: "cosa si vuole veramente?" Già questo, se affrontato seriamente e sinceramente costituisce motivo di chiarezza interna. Come potremmo cimentarci in un lavoro iniziatico, se non ci ponessimo il problema della direzione verso la quale sacrificare il nostro impegno? Vero che il fine di ogni iniziazione ci è noto ma è altrettanto vero che la distanza che ci separa dall’obiettivo deve essere coperta dal nostro impegno a realizzarla; e anche se ogni organizzazione iniziatica si propone di offrire ai suoi elementi costitutivi, il metodo per attuare l’intenzione espressa bussando alla sua porta, ciò non esime da un affinamento costante e probabilmente da una correzione di detta intenzione. Le modalità tramite le quali attuarla sono indicate da Guénon e cristallizzate nel nostro rituale.

Risposte come quelle che molte volte echeggiano tra le colonne, là dove si propone l’associazione opera d’arte—via iniziatica e si rafforza il concetto sottolineando l’importanza del carpire il lavoro del maestro, rimangono comunque propedeutiche a ogni qualsiasi soluzione effettiva si darà. In tale teorizzazione, che fa della Via una ‘via imitationis’, il rischio di copiare la natura nelle sue produzioni anziché nel suo modo di realizzarle rimane forte se non c’è un elemento volitivo e sincero alla base della ricerca. Sincerità, volontà, desiderio, sono il piano di riflessione nell’ambito individuale di quell’attrazione esercitata dal G.A.D.U. nei nostri confronti. Ma come mostriamo queste tendenze se non con azioni? È fin troppo ovvio che desiderare una bicicletta, non significa già averla. Spesso però si trascurano tutte le fasi preliminari: procurarci il denaro necessario, la fatica ed il tempo per imparare a guidarla ed una volta che l’avremo, oltre al piacere che ci procurerà, dovremo dedicarci anche alla sua manutenzione.

Fino a quando la vorremo ma non faremo nulla per averla, vivremo un sogno e l’attività legata al nostro desiderio rimarrà confinata nella nostra mente. Quale distanza dall’immagine medievale dell’apprendista raccolto sulla pietra da lavorare, la quale esprime pienamente la condizione dell’iniziato alla ricerca di quel baricentro che non può trovare se non scalpellando. La traduzione di questo atteggiamento è ravvisabile nell’armonia che si desidera instaurare tra gli appartenenti alla stessa Loggia partecipando ai Lavori o chiedendo consiglio nella difficoltà.

In fondo lo stesso Dante all’inizio del suo cammino, ancor prima di uscire dalla "selva oscura", ha dovuto riconoscere di esserci; e per quanto gli scritti di Guénon offrano, tra le possibili ricadute del loro senso generale, anche la consapevolezza di trovarsi in un mondo decisamente "oscuro", il lavoro per uscirne non passa esclusivamente da una capacità a discriminarne le molteplici sfaccettature, bensì dalla constatazione che noi ne facciamo parte e siamo gli elementi che lo sorreggono.

Sull’esercizio del "ricordo"

Apprezzare la sua Opera ci dice anche un’altra cosa, forse già prefigurazione di quell’aspetto che può consentire un rafforzamento dell’intenzione: il ricordo. Ossia il risveglio della consapevolezza di quel legame che ci unisce al Principio. Non mi riferisco a quell’attitudine propria a coloro che hanno già manifestato un desiderio ardente di ‘Unione’, in questi casi forse si potrebbe parlare di ‘nostalgia’. Piuttosto, forse più realisticamente, a un atteggiamento che miri a porre al centro della propria vita il ricordo costante sia del fine sia dei mezzi atti a realizzarla. Ciò dovrebbe essere in linea con il riuscire a cogliere ogni occasione per praticare la dottrina senza confinarla nel mentale. Si crea spesso e facilmente una sorta di separazione tra quel che si comprende o si crede di comprendere mentalmente, e la sua attuazione. Siamo bravi a fare gli esegeti di qualche idea tradizionale ma quando siamo chiamati a cimentarci nella sua realizzazione qualche freno ci impedisce una partecipazione ugualmente fervida. Parlare di ‘nostalgia’ come condizione di colui che rimpiange sia la perduta unione primitiva sia la separazione attuale. Suggerisce un atteggiamento, almeno nei suoi risvolti meno "tecnici", che si può considerare alla stregua di quell’aspetto qualificativo da rintracciare dapprima nel candidato e che altro non è che l’aspirazione. Volendo dare più corpo a questo concetto, non ci si può limitare a considerarla una vaga tensione verso il divino, bensì una sorta di testimonianza di appartenenza, una differenza specifica, per dirla con gli scolastici. Segno inequivocabile e di una distinzione che determina il vero terreno di coltura del profano prima e dell’iniziato poi. Tanto più che, come ci rammenta S.Ambrogio, ricordare ha una curiosa relazione con il cuore. Il suo primo significato infatti equivale a un "rimettere nel cuore" (1), attribuendo a quest’organo la sede della memoria. E questo offre il destro per chiudere il cerchio di queste brevi considerazioni. Sottolineare la necessità della conoscenze teorica come preparatoria a qualsiasi realizzazione, o anche solo nella nuova disposizione dell’essere, riporta all’importanza, non sempre consapevole, di un’assimilazione della Dottrina che coinvolga non solo la ragione.

Sull’impegno come attitudine

Quando parliamo di impegno suscitiamo un’idea condivisa da tutti. Come però ci dice la sua etimologia (2) ad esso sono associate sfumature che ne specificano il carattere di vero elemento fondante. Può sconcertare allora non trovare esortazioni all’impegno negli scritti di Guénon. È semplice però rendersi conto di come in realtà abbia condotto una vita segnata dalla dedizione, dal fervore e dalla continuità, la stessa disposizione che l’Iniziazione ora chiede a noi.

Egli ha fatto tutto il necessario per dismettere un nome profano e realizzare il suo nome iniziatico. In fondo i fattori o le condizioni che favoriscono un impegno sulla via sono tendenze dell’essere che aspettano di essere potenziate, agendo opportunamente su quelle tendenze che invece ostacolano la buona riuscita dell’impresa. Ma quali sono queste tendenze? Possiamo considerarle genericamente i vizi di cui ogni individuo è preda, per cui si tratterebbe di mutarne la direzione per riuscire a trasformarle in virtù? Oppure abbiamo a che fare con un’attività di diverso tenore? Ancora una volta emerge la necessità di conoscersi.

In termini semplici si può dire che più l’individuo tende ad affermare se stesso più si allontana dal fine dell’iniziazione. Guénon quando scrive che l’essere contingente "può venire definito come quello che non possiede in se stesso la propria ragione sufficiente" (3), introduce il concetto di "povertà spirituale" come stato di colui che ha la piena consapevolezza della dipendenza dal Principio. Noi però ci siamo proposti di non astrarre troppo dalla nostra condizione attuale, perché dobbiamo vivere la dottrina con tutta la persona e non confinarla nel mentale. Ho introdotto questo concetto perché c’è un aspetto nell’impegno cui implicitamente ci siamo votati chiedendo l’iniziazione, che si regge su un’illusione.

Spesso gli errori nel comportamento o nelle inclinazioni mentali sono il frutto di una debolezza nell’assimilazione della dottrina. Quando non addirittura nella definizione stessa dei suoi termini. Siamo portati a marcare una linea netta tra dottrina e metodo ed il passo successivo è il preferire la congettura, l’approfondimento trascurando e sottovalutando il metodo. Lo possiamo constatare ogni volta che si prende parte ai Lavori di Loggia.

La corrispondenza tra i "tre grandi colpi" iniziali e le tre frasi finali "domandate e riceverete, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto", ha tutto il carattere di una forma imperativa e non di semplice consiglio. È un imperativo istruttivo come tutto quel che è racchiuso in un rituale. In questo in particolare si alternano e si susseguono dottrina e metodo, vuoi in quella dialogata vuoi in quella sonora. Esattamente come sostiene Guénon quando ci insegna a identificare il maglietto al Vajra (4): il suono prodotto diventa simbolo della "Parola divina" ossia l’ordine tramite il quale si produce la manifestazione.

Microcosmicamente significa disporsi in "ordine" rispetto ai Lavori che si compiono in Loggia. Vale a dire tentando di annullare i propri progetti individuali conformandosi al disegno del Maestro Venerabile. Sela sua traduzione nel vissuto quotidiano non ci trova pronti esecutori, vuol dire che non esercitiamo l’attenzione e la concentrazione dovute. Il modo in cui si reagisce agli avvenimenti o alla loro successione, offre lo spunto per cogliere la propria condizione. Le ripercussioni nella vita possono testimoniare di quale qualità sia il nostro ordine.

Intorno all’"autorità"

Quello dell’autorità è uno scoglio difficile da superare. Anche in questo caso forse si insinua un’interpretazione un po’ idealizzata di come ci piacerebbe fosse chi la detiene. Il più delle volte confondiamo, fino all’identificazione, la funzione e chi la esercita. Anziché vederne l’aspetto strumentale magnifichiamo la capacità di colui che è arrivato a ricoprire una funzione di direzione, trascurando così la lezione di Guénon.

Carichiamo poi l’autorità del potere dell’infallibilità. Quel che procede da lei è sempre frutto di ponderazione e preveggenza; salvo poi sottoporre le sue decisioni, le valutazioni gli atti, al vaglio della nostra ragione illuminata. Il trucco è vecchio ma funziona sempre perché va a toccare quell’aspetto dell’essere che lo fa essere un individuo. Il desiderio di separatività, credere di poter costituire mondo a sé. Di avere regole eque e lungimiranti ed essere la persona più adatta a rispettarle. Ma ad ogni cantiere si va per chiedere lavoro.

Ci si può informare sulla serietà dei datori di lavoro, se accolti però, accettiamo alcune condizioni, che già il nostro presentarci pone. Riconosciamo che siamo bisognosi, che vogliamo lavorare e che accordiamo fiducia a chi ci assume. Il nostro impegno consiste nel mantenere i propositi che ci hanno spinto a chiedere lavoro, ma anche nel fare il possibile per accrescere la fiducia nel nostro datore: in un ambiente armonico si lavora decisamente meglio e si scoprono in se stessi energie insospettate.

A proposito del tempo

L’orario di lavoro è un altro aspetto dell’impegno. In alcuni ambienti della tradizione islamica si dice che il Tempo è una spada se non lo si taglia con Verità taglia con la falsità. René Guénon si è diffuso in alcuni scritti sull’importanza di assumere il tempo quale strumento per qualificare la propria giornata e più estesamente la propria vita (5). Il calendario lunare, così come viene usato in alcune tradizioni, con mesi che si spostano nelle diverse stagioni, rappresenta anche un ritorno all’indeterminazione del tempo.

Ciò invita a non considerare il flusso temporale come un evento lineare sempre uguale a se stesso. La famosa divisa "l’iniziato è figlio dell’istante", mette in evidenza non solo l’istantaneità ma soprattutto l’indivisibilità del momento (6). Ciò comporta che "la fissazione ultima della fine del ciclo" con "l’implicito intervento immediato di un principio trascendente"(7), non deve essere riferita esclusivamente alla Ora. Ogni momento dev’essere vissuto come se fosse l’ultimo. Se questa è l’intenzione, l’attenzione che ne deriva ci porta a creare una frattura nella continuità del tempo, così come viene percepito comunemente. Già prefigurazione di quella diversità di natura tra Eternità e Successione. Provare a vincere le distrazioni che il mondo ci propone quotidianamente, concentrandosi sulle esigenze che la vita della Loggia reclama finisce con l’avere un "fundamentum in re" nella dottrina e mostra la partecipazione di tutto l’essere alla Tradizione. Inoltre àncora l’individuo alla stabilità e lo allontana dall’aleatorietà delle inclinazioni profane.

A poco a poco il tempo dedicato alla soddisfazione delle esigenze quotidiane viene ristretto e poi trasformato. L’intenzione domina sulla preoccupazione di ottenere dei risultati, consapevole che questi non gli appartengono. Seguire questa strada dimostra anche che l’Iniziazione non chiede sforzi fuori dalla nostra portata. Anzi si scopre che ad ognuno non viene chiesto più di quel che può dare in quel momento. Nulla si sottrae all’ambito tradizionale. Il lavoro, il rapporto con la donna, la casa, le relazioni con i figli sono il terreno del nostro operare. Se attendiamo gli eventi, se speriamo che gli eventuali nodi si sciolgano da soli, saremo preda dei ritmi che non imponiamo noi e ci porteranno nel mondo anziché farcene uscire. L’attitudine di cui dovremmo essere pervasi non può limitarsi all’osservazione e alla capacità di relazionare le diverse indicazioni tradizionali.

Conclusione

È sempre difficile tirare le fila di un discorso quando in questo si intrecciano considerazioni teoriche e tentativi di traduzione nel particolare. La linea tratteggiata si propone di fuggire la tentazione presentata dall’uccello che si abbevera nel mare, sullo sfondo del dialogo tra Al-Khidr e Mosé o del bambino che mostra a S.Agostino la vanità di una ricerca conoscitiva compiuta con i mezzi limitati dell’individuo. Già una lettura superficiale di Guénon dovrebbe evitare l’errore di una simile pretesa.

L’uomo moderno è in difficoltà nell’uscire dal caos mentale di cui è preda chiarendosi obiettivi, implicazioni e metodi per ordinarlo e quindi nel declinare quel che l’impegno iniziatico comporta. La sentita partecipazione, anche emotiva, a letture edificanti (8), nasconde l’insidia di sentirsi ad una distanza incolmabile tra le "esperienze" vissute dai protagonisti e la carenza dell’iniziato di oggi. Però gli elementi che permettono il raggiungimento di condizioni spirituali sono gli stessi allora come adesso.

Porre l’accento sulle situazioni di particolare favore che hanno potuto veder fiorire una spiritualità così intensamente vissuta, può far trascurare quell’aspetto che vuol vedere nella storia, sia essa di tutti o singola, non l’agente primo degli avvenimenti, bensì l’espressione e la fissazione di tendenze interiori. Non è forse anche questo un modo per allontanare da noi lo sforzo necessario per attualizzare l’impegno assunto nel momento dell’iniziazione, o se vogliamo ancora prima, come ci dice il versetto riportato in exergo?

I catechismi che la storia massonica ci ha lasciato in deposito, sono sufficientemente espliciti sulle modalità da attuare per diventare dei buoni massoni. Finché non subentrerà il piacere all’iniziale obbligo a fare o finché non avverrà il passaggio dalla disponibilità di principio o di fatto al proporsi spinti dalla necessità di partecipare, come potremmo rinnovare il patto iniziatico?

Note

1 Vc. Dotta, lat. Recordari, den. Di cor, genit. Cordis, "cuore (come sede della memoria)" col suff. Re- di movimento all’incontrario: quindi, propr. "rimettere nel cuore (= nella memoria)".

2 La parola impegno deriva da pegno con in- illativo cioè che "inferisce", "conclude". Pegno, da parte sua, è dal latino pegnus, dalla radice di pingere "dipingere": il pignus doveva essere un segno fatto per ricordare un impegno preso. Il latino pingo è il ricamo, il lavoro d’ago, di punta, accostato al sanscrito pinkte (dipingere) e viene da una radice peig che appartiene al gruppo radicale peik col senso di ornare da cui pinkam col senso di scrivere e il sanscrito pimçati, egli orna o il lituano pesiù (dipingere) e l’antico slavo pisati (scrivere). Pingo è originalmente "intesso sottilmente" così l’accadico piqu (stretto), piaqu (essere stretto, rete). Ricalca semanticamente l’atto di sigillare come l’accadico pinqu che è il sigillo. In greco il termine impegno si traduce hypotheke ovvero hypo-theke, "l’atto di mettere sotto", per altro theke viene da tithemi col significato di "collocare", "stabilire", "consacrare", "offrire", "fare" e théma "ciò che è stato posto", accostabile all’avestico dami col significato di "costruzione". Queste voci a loro volta rinviano alla radice della forma greca the/th, da cui themeilia col significato di "fondamenta". Semerano. Origini della cultura europea vol.2° - I dizionari — Olschki.

3 Scritti sull’esoterismo islamico e il taoismo, pag. 45 Adelphi

4 Simboli della Scienza Sacra, vedere il capitolo "Le pietre del fulmine".

5 Regno della Quantità e il Segno dei Tempi, Il Simbolismo della Croce, ecc.

6 Scritti sull’esoterismo islamico e il taoismo, Adelphi pag. 143.

7 Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi pag. 140.

8 Tra tanti: "Parole di Sufi", "Kaidara", "Vita di Milarepa"...

Fonte: http://www.esonet.org

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