Tutto sta a come si parte nel considerare la questione. L’oggetto di studio (il dandismo) lo si dovrebbe guardare innanzitutto dal punto di vista di chi lo visse in prima persona. Vivere un modus vivendi è l’operazione principale e lo scopo dello stesso, ma per vivere il dandismo o anche solo per capirlo sino in fondo, è prima necessario studiarlo. Ora: come studiarlo? Il percorso che prende le mosse dalla filosofia è un punto di partenza errato con un traguardo che vorrebbe essere il microscopio sotto il quale sta il dandy, ma non è esattamente così.
Se studiando filosofia classica e moderna si riscontrano punti del tutto simili all’idea che si ha del dandismo visto dall’esterno, senza mai averlo studiato in altro modo direttamente, a parte un’occhiata superficiale - ed infine si crede di averne così compreso il modus vivendi, che è essenzialmente artistico, tramite la sola filosofia, si arriverà al punto di guardare a degli atteggiamenti e di giustificare certi punti in maniera filosofica tout-court, senza comprendere che è solo un metodo di indagine che però non aiuta a capire molto dell’oggetto in questione. Si rischia di dare importanza a ciò che non ne pretende e, in sostanza, porta ad un abbaglio allucinante. Il dandismo va letto come fosse un movimento artistico o letterario: in rapporto alla storia, alla cultura dominante ed ai sottoprodotti, all’arte ed alla politica e soprattutto ai suoi protagonisti. La filosofia propone un modo di vedere il dandismo che è troppo distante dal dandismo stesso: essa non giunge a un microscopio, ma ad un binocolo. Il giusto punto di partenza rimane quindi lo studio dell’oggetto sul quale si indaga, e non lo studio di uno specifico metodo di indagine, che vale quanto un altro qualunque, in questo caso. E’ quindi opportuno studiare il dandy in persona. Per fare questo, esistono poche decine di testi validi all’utile: i migliori sono stati scritti da persone che conobbero in prima persona i dandies di cui scrivono. Altri si avvalgono comunque in prima istanza di biografie e testimonianze, rilette a seconda del periodo storico e artistico in analisi. E’ quanto fanno Scaraffia, Franci e Moers che rimangono, tra i contemporanei, i saggisti migliori: essi enunciano fatti pratic (che non sono applicazioni) i per creare teorie – mentre la filosofia fa esattamente l’opposto, approdando a conclusioni risibili.  Similmente, è opportuno leggere ciò che gli stessi dandies hanno scritto: fondamentale è a questo punto – per chi ha capito il percorso che sto tracciando – il comprendere il personale punto di vista dei dandies stessi riguardo il mondo, l’arte, la vita, il popolo, ed anche (ebbene sì) la filosofia. Infine, tramite tale percorso, si potrà leggere un testo filosofico (o semi-filosofico…) di Wilde e di Drieu la Rochelle con l’atteggiamento di chi conosce il dandismo dell’autore con la giusta valutazione critica, e non di chi ha la pretesa di capire il dandismo dell’autore tramite il solo testo (pretesa che in fondo ha il metodo filosofico). Questo metodo fa capire a chi lo intraprende che il dandismo non è un modus vivendi regolato da una legge ferrea ed immutabile nel tempo, ma che varia – in maniera molto più pratica – a seconda di come si evolve la storia dell’umanità, e quindi la vita vera. Ricondurre tutto a sistemi assolutistici e metafisici non solo risulterà inutile, ma in certi casi dannoso: ci si faranno delle idee sbagliate e necessariamente contraddittorie. Sarebbe un po’ come il voler indagare l’epopea napoleonica tramite indizî di ordine astrologico. Il Baudelaire di Cesare Lombroso incarna “il perfetto prototipo del megalomane nel portamento provocante, nello sguardo altezzoso di sfida, nell’adorazione assurda di se stesso”. Ha sofferto di allucinazioni fin da bambino ed è solito commettere atti impulsivi, come gettare dal balcone di casa dei vasi contro le invetriate delle botteghe, solo per il gusto miserevole di sentirle rompersi. Mandato in India per esercitarvi il commercio, perde tutto il suo patrimonio e non ne riporta che “una negra cui dedica versi lascivi”. In amore nutre passioni morbose per donne laide, bruttissime, negre, nane, gigantesse. Il bacio del piede appare in una sua febbricitante poesia “convertito in atto geniale”. Arrivava al punto di provare il massimo del piacere nelle scarpe delle donne da cui si sentiva attratto. Nullafacente, cerca di mostrarsi originale ubriacandosi e indulgendo al turpiloquio davanti a persone altolocate o a dignitari ecclesiastici, tingendosi i capelli di rosso, vestendo panni estivi in inverno e viceversa. È finito in preda ad una malattia psichica che Lombroso interpreta come “paralisi generale progressiva”, di cui costituisce prodromo preciso proprio l’ambizione irrefrenabile quanto immotivata. (Citazioni lombrosiane di “Genio e follia” tratte da L.Guarnirei, “L’atlante criminale”). A parte le inesattezze e le dicerie raccolte come autentiche, l’antropologo criminale Lombroso, maestro di una scienza di per sé assurda fin nei suoi fondamenti, traccia un ritratto credibile del poeta da un punto di vista perlomeno caratteriale (che per lui stava a significare anche neurologico, medico); è stato affermato che Wilde credesse fermamente nelle teorie di Paul Broca e compagnia bella, trattandosi queste di idee più estetiche che mediche, sebbene applicate alla psichiatria. Date al dandy la possibilità di far prendere sul serio ciò che egli credeva facezie, ed egli lo farà volentieri; meglio se per benefici scopi sociali: non affermavano forse gli esteti fin-de-siécle che “la bellezza salverà il mondo”? di Andrea Sperelli Fonte: http://www.noveporte.it |