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Il Pornomarketing

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mercoledì 10 settembre 2008

Polaroid, Videotel, videoregistratori, home video, tv satellitare, internet, servizi telefonici a valore aggiunto, fotografia digitale, P2P, Mms. Per tutte queste tecnologie di comunicazione la possibilità di accesso, produzione o scambio di contenuti di tipo erotico e pornografico ha rappresentato una fondamentale chiave di successo e di sviluppo tecnologico. Nonostante la timidezza o il perbenismo di tanti responsabili marketing, la pornografia è ancora oggi il primo dei contenuti in grado di attirare first adopter su molte piattaforme tecnologiche.

 

Non è un caso che l'unico settore di business che è parso immune alla crisi della new-economy a cavallo del 2000 è stato proprio quello di siti e servizi carattere pornografico. Sebbene non esistano valutazioni precise sulla reale diffusione di contenuti pornografici on-line secondo alcuni, il volume di traffico generato dal porno potrebbero arrivare al 50% del totale. Probabilmente sono più corrette le più caute stime che valutano intorno al 10% la frazione di traffico prodotta dall'eros. Si tratta in ogni caso di numeri impressionanti. Lo dimostra anche il fatto che la complessa vicenda legata alla proprietà del dominio sex.com si è conclusa in questi mesi con una transazione conclusiva per 14 milioni di dollari.

Se i numeri sono questi è perché sono milioni gli utenti alla ricerca quotidiana di sensazioni, emozioni ed erezioni che trovano nelle produzioni erotico-pornografiche la soddisfazione dei propri desideri. Una richiesta talmente dinamica da non poter essere soddisfatta da una parco definito di fornitori di contenuto. Le immagini erotico-pornografiche eccedono continuamente i canali tradizionali di diffusione. Si insinuano nella posta elettronica, compaiono in blog, transitano rapidamente da un sito ad altro. Vengono scambiate, duplicate, copiate, modificate, talvolta addirittura spacciate per realizzazioni proprie od originali. Sono virali, il più virale dei contenuti della rete.

Eppure, sebbene la viralità sia l'obiettivo più ricercato dalle agenzie di comunicazione e nonostante il sesso sia uno degli elementi più tipici della comunicazione pubblicitaria, nessun marchio ha mai pensato di utilizzare seriamente la pornografia come veicolo di promozione. Tranne in alcuni rari casi.

Nel 2003 Pony (marchio californiano di scarpe da ginnastica) ha provato ad utilizzare Jenna Jameson e altra starlette della scuderia Vivid per la propria campagna di advertising. Ben presto però ha dopo le pressioni dell'opinione pubblica Pony ha fatto marcia indietro e ha ritirato la campagna.

Solo pochi mesi fa Amica Chips ha utilizzato un testimonial come Rocco Siffredi per il suo spot pubblicitario. Nonostante la censura del garante lo spot ha avuto un incredibile successo virale proprio in rete. Ma qui il successo è derivato dall'operazione di comunicazione non dalle caratteristiche intrinseche di uno spot decisamente casto.

Più interessante ed avanzato è invece il tentativo della azienda francese di abbigliamento Shai che, sempre quest'anno, ha messo on-line un vero e proprio catalogo porno interattivo. Anche in questo caso il successo in termini di buzz è stato ampio ma come in tutti i casi riportati il marchio ha dovuto fare i conti con un'associazione immediata e diretta tra i propri valori e l'immaginario pornografico utilizzato e oggi quella campagna non è più on-line.

Si tratta di una scelta che solo poche aziende possono permettersi oggi, mentre è possibile aggirare il problema attraverso campagne unbranded che utilizzino la pornografia come occasione di product placement.

Per questo non è sembrata particolarmente accorta l'azione legale intentata da Bmw nel 2004 ai danni di Ask Jolene, uno dei maggiori motori di ricerca per contenuti porno, colpevole di restituire una decina di immagini esplicite quando veniva digitato come chiave di ricerca il termine "Bmw". Tutte immagini in cui l'auto tedesca appariva come sfondo oppure ambientazione di un qualche rapporto sessuale. Quando Bmw ha annunciato l'azione legale, qualcuno ha fatto notare che, su quel motore di ricerca, il marchio Porsche era presente più del doppio delle volte e quindi se Bmw aveva una presenza significativa tra le immagini pornografiche era forse dovuto al fatto che il marchio è in grado di esprimere valori di lusso ed eleganza formale così frequentemente associati al sesso e all'erotismo esplicito. Probabilmente è per questa ragione che alla fine Bmw ha desistito dal proseguire l'azione legale. Il dato è che i marchi moderni sono ovunque possano esprimere i propri valori, spesso in modo indipendentemente dalla volontà delle aziende che li controllano. Questo fatto deve essere considerato un'opportunità da cogliere e non una negatività da evitare.

Fermiamoci ad osservare la pornografia amatoriale. Si tratta probabilmente del contenuto più ricercato tra la massa di materiale porno. Sono immagini autoprodotte dagli utenti in ambienti quotidiani, quasi sempre per ragioni di puro narcisismo esibizionista. Sono immagini di coppie o singoli che si riprendono con fotocamere digitali o webcam mentre sono intenti in spogliarelli, amplessi o in una serie infinita di originali pratiche sessuali. Scattate in luoghi privati queste immagini restituiscono una sessualità verace, immediata, sincera e talvolta raccolgono in maniera involontaria la presenza di marchi o prodotti ben identificabili. Sono automobili, cosmetici, bibite, capi di abbigliamento e qualsiasi altro oggetto marchiato circondi la vita quotidiana. Per le marche si tratta di un occasione che è possibile sfruttare in modo virtuoso e razionale.

Le immagini delle pornografia amatoriale testimoniano infatti in maniera spontanea consumi e comportamenti di individui che sono un esplicito oggetto del desiderio di chi li osserva. Per questo i marchi che accompagnano queste scene, possono godere in modo più o meno subliminale della tensione desiderante che accompagna lo sguardo del fruitore di pornografia. I marchi diventano desiderabili come lo sono i protagonisti dell'azione.

Molti portali erotici già utilizzino una strategia di questo tipo mettendo davanti all'obiettivo ragazze con t-shirt chiaramente brandizzate. E' una strategia che può essere allargata a moltissimi generi merceologici. Basta riconoscere a tutti gli esibizionisti disposti a posare in modo appropriato accanto a un marchio, un rimborso per la tale attività o più semplicemente regalando il prodotto esposto.

Chiamiamo pornomarketing l'attività di diffusione su internet di immagini pornografiche amatoriali in cui sono valorizzati marchi o prodotti attraverso la loro rappresentazione in posizioni strategiche all'interno dello spazio visivo della scena riprodotta.

Un attività che ha come target non solo il tradizionale pubblico maschile ma fasce sempre più vaste di popolazione femminile. Un target che può essere inoltre segmentato attraverso un'adeguata conoscenza degli stereotipi e delle situazioni maggiormente apprezzate dalle diverse categorie di pubblico. Non solo per sesso, età od orientamento sessuale ma anche per variabili di tipo qualitativo come il gusto e gli stili di vita.

E' però vero che non basta la semplice presenza di una marchio nella scena, o l'utilizzo di un prodotto da parte dei pornotestimonial, per raggiungere un obiettivo di comunicazione. Basti pensare al frequente utilizzo delle bottigliette di CocaCola come oggetto per la penetrazione. Tale utilizzo infatti non solo è poco adatto all'immagine di una bevanda familiare come quella di Atlanta ma, anche considerando tale rappresentazione come destinata a un target secondario, queste immagini rievocano la sconveniente associazione con le vagheggiate virtù di spermicida della CocaCola.

Sono però infinite le soluzioni registiche che possono essere adottate per ovviare a simili inconvenienti. Innanzitutto è però necessario fornire ai porno-amatori delle dettagliate istruzioni sulla presentazione del prodotto. Oppure intervenire attraverso il digital imaging per inserire la marca nella posizione più efficace. Ma dove deve essere collocato fisicamente il prodotto sulla scena?
Le possibilità sono infinite: dalla semplice ostensione del prodotto nelle mani di uno dei porno-testimonial durante l'amplesso, alla presenza sullo sfondo: un oggetto dimenticato sul letto o magari direttamente come poster pubblicitario appeso alla parete. Chiaramente la sceneggiatura deve essere ogni volta calibrata sulle specificità e i valori del marchio, ma gli stessi generi della pornografia amatoriale possono suggerirci precise soluzioni visuali.

Il genere "nude in public" è ad esempio ideale per la promozione di catene della grande distribuzione o locali pubblici di vario genere, attraverso performance realizzate all'intero o all'esterno del punto vendita.

Il genere "voyeur" (immagini piccanti rubate quasi sempre in spiaggia o in altre situazioni di nudismo) si presta in maniera naturale a cosmetici del sole, accessori da mare, bibite o prodotti editoriali.

Il genere "uniform" ben si adatta a tutte quella attività che includono l'utilizzo di una divisa per gli addetti al pubblico (sicurezza, ristorazione, gruppi sportivi o palestre). Il "CFNM" (Clothed Female Naked Man) è ideale per l'abbigliamento femminile.

Esistono infine alcuni generi costruiti intorno a singoli oggetti merceologici che raccolgono l'attenzione feticistica degli appassionati. Non solo la "lingerie" o le scarpe ("boots" o "high heels" sono due categorie assai gettonate) ma anche occhiali ("glasses") e l'interessante filone "smoking" che costituisce un vero e proprio cavallo di troia per la promozione di sigarette e tabacchi.

Non sono forse i feticisti i massimi esperti di prodotto? Così il pornomarketing oltre a essere un interessante strumento di promozione, riesce a dimostrare quell'innegabile legame che stringe assieme l'universo della merce e quello della pornografia: se il mercato è meretricio diffuso, la pubblicità può essere il suo eccitante peep-show.

visita: www.pornomarketing.com

via:  http://www.guerrigliamarketing.it

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